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La terra che trema
Inviato da : admin Domenica, 14 Dicembre 2014 - 19:18
La terra che trema
Sono passati solo pochissimi anni ma la ferita dell’Aquila ancora sanguina di dolore, di sangue, d’ingiustizia, di rabbia. Il tempo transennato, arrestato, sottratto e abbandonato scorre diversamente da quello arrogante, distratto e scadenzato del Palazzo. Il tempo della nostra gente è vivo, è diverso, è clemente e furioso, è un tempo di terra che varia con il cangiare del colore del cielo. È un tempo che ti fa annusare l’aria, minacciosa sovente di neve e di tempesta, è un tempo che ti fa sobbalzare ad ogni tuono, ad ogni scricchiolio, ad ogni grido. È un tempo che alimenta i ricordi personali con la memoria collettiva , per cui nessun ricordo è senza memoria e non c’è memoria a cui non s’appartenga.


Ad un secolo dal devastante terremoto della Marsica
L’ombra che avanzava nella nebbia e che aveva fatto sussultare i primi avventori, si fece sempre più nitida svelando il suo manto purpureo. Ondeggiava ad ogni asperità del terreno ma questo non rendeva meno autorevole il gesto della sua mano. Ormai esausto, Sabatino Fiori, portalettere del paese, smise finalmente di pedalare e il prezioso ospite, fatto calare con cura dal carrettino, fu portato nella chiesa di S. Andrea. È passato un secolo ma la statua di S. Emidio, di recente restaurata, è ancora al suo posto. Come già accaduto due secoli prima, durante la «candelora», ad Ascoli Piceno, il centro di Petrella Salto, dove allora vivevano migliaia di persone, fu risparmiata dal terremoto del 1915. I ruderi della celebre «Rocca» che sovrastava l’abitato caddero infatti, verso la montagna di Ra-scino e ciò fu considerato da molti un evento miracoloso. In paese, il culto di S. Emidio, invocato contro i terremoti, ebbe inizio proprio in quell’occasione. Purtroppo, nelle frazioni di Petrella, negli altri centri abitati del Cicolano, ad Avezzano, nell’intera Marsica, le cose erano andate molto diversamente.
«Una scossa formidabile, un traballare spaventoso della casa, lo squarciarsi ed il richiudersi delle mura. Tragiche voci, rauche di disperazione...e poi su di me lo sfasciarsi e il crollare della volta a crociera. Infine, il silenzio e l’immobilità del sepolcro. Bastano solo pochi secondi e ogni cosa è sfigurata e distrutta: case, affetti, amori... Anni di lavoro e di sacrifici sono sradicati e abbattuti in un soffio di vento; ci sono solo ammassi di rovine fumanti e macerie giacenti alla rinfusa».
È così che nel suo «Torce nella notte», l’anarchica abruzzese Virgilia D’Andrea, racconta la sua esperienza del terribile terremoto del 13 gennaio 1915, considerato in Italia, come uno degli eventi non bellici, più disastrosi del secolo.
Preceduta da un terribile boato la terrà tremò, la prima volta alle 7,48, poi di nuovo, in maniera ancora più devastante, dopo appena cinque minuti.
«Non mi resi subito conto di ciò che era avvenuto; ritenni dapprima che si trattasse del crollo improvviso dello stesso stabilimento dove ero occupato: catastrofe forse avvenuta per lo scoppio di qualche macchina. Non potevo immaginare quale orribile immane catastrofe si fosse abbattuta sulla ridente Avezzano, così tranquilla e piena di vita. La gamba sinistra mi doleva abbastanza, ma ciò non mi impedì di trascinarmi fino all’aperto. Ma appena fuori, le mie orecchie furono straziate da mille lamenti. Guardai Avezzano e credetti ancora di essere vittima di un orrendo sogno: il castello, gli stabilimenti dagli alti fumaioli, la Chiesa dell’artistico ed agile campanile, tutto era scomparso.
Avezzano era scomparsa ed al suo posto non si scorgevano che pochi muri».
Il linguaggio attribuito a questa testimonianza, riportata da «Il Mattino» del giorno seguente, è poco credibile. Gli operai non parlavano così, soprattutto nel 1915, ma quello che avevano visto gli occhi dei superstiti, pur se poteva sembrare incredibile, era drammaticamente rispondente al vero.
Avezzano con le sue case, il castello, lo zuccherificio, le fabbriche e le chiese era completamente rase al suolo. Era l’ecatombe. Ad Avezzano, cittadina di tredicimila abitanti ne sopravvissero solo duemilatrecento, quasi tutti feriti. Un quarto degli abitanti di tutta la Marsica, più di trentatremila persone, trovarono la morte nei pochi istanti in cui «tutto venne giù» e molto più orribilmente, nelle ore che seguirono ai crolli. Altre migliaia, nei mesi successivi, non resistettero agli stenti e alle malattie.  
Molti dei sopravvissuti si salvarono non tanto perché fossero riusciti a scappare al di fuori degli edifici, ma perché si trovavano già all’aperto, in campagna. Per il motivo opposto, una buona parte degli abitanti di Ortucchio e di Cerchio, in maggioranza donne, persero la vita durante una solenne funzione religiosa. Le chiese in cui si stava celebrando la messa andarono distrutte e sotto le macerie perirono centinaia di persone: ben quattrocento solo a Cerchio.
Gioia dei Marsi perse il il 78% dei suoi abitanti, Albe il 72%, Ortucchio e Pescina il 47%. Gli effetti più distruttivi interessarono non solo l’area del Fucino ma anche la Val Roveto, il Cicolano e la zona di Sora, nel Frusinate. Circa 3.500 furono le vittime a Gioia dei Marsi, 847 a Collarmele, 700 a Magliano dei Marsi, 658 a Celano. Tutti i comuni e borghi della zona rurale registrarono morti e feriti. Danni di varia entità furono complessivamente riscontrati in circa 700 località sparse in un’area molto vasta, estesa a 6 regioni: Abruzzo, Lazio, Molise, Marche, Umbria e alcune località del Casertano.
Il colpo più tremendo che qualcuno stimò dell’undicesimo grado della scala Mercalli, fu avvertito anche a Roma, dove decine di palazzi e di chiese ebbero crolli e lesioni. Nonostante ciò, il Governo di Salandra tardò, e molto, a comprendere la vastità dell’area coinvolta e la drammaticità delle conseguenze.
Ad Avezzano, i pochissimi sopravvissuti, in gran parte feriti, rimasero senza tetto poiché tutti gli edifici, tranne uno, erano crollati su se stessi. L’allarme fu lanciato solo 12 ore dopo il sisma ed i primi soccorsi giunsero nelle aree colpite dopo due giorni dal disastro. I soccorsi furono rallentati anche dal clima invernale e dalla cattiva condizione delle strade di accesso. A Cese ed altri abitati, i soccorsi arrivarono molto tardi, tre o quattro giorni dopo l’evento. A causa di questo ritardo, molti non poterono esser salvati e, forse anche per questo, la tragedia risultò di dimensioni più ampie che altrove. In tanti, già provati, morirono di fame e di freddo tra le macerie.
La maggior parte dei feriti venne trasferita in ospedali romani. La «Casa Famiglia Regina Elena» che accoglieva gli orfani del terremoto, nei giorni seguenti, venne subissata di domande da parte di genitori che, non riuscivano a rintracciare i propri figli. I «Bollettini delle ricerche» dove venivano stampate le fotografie dei minorenni superstiti, che dovevano essere identificati e dei quali si dovevano rintracciare le famiglie, venivano esposti presso i municipi, le stazioni ferroviarie, le stazioni dei carabinieri e presso i ricoveri dei senzatetto.
I giornalisti giunti sul luogo denunciarono immediatamente i ritardi dei soccorsi e l’incapacità organizzativa. Giuseppe Prezzolini, tra gli altri, dettò per telefono tre articoli per il «Popolo d’Italia» di cui era corrispondente. Era stato tra i primi ad arrivare sul luogo, percorrendo anche lunghi tratti a piedi. Nel secondo articolo, dal titolo «Accuso la burocrazia», aveva duramente criticato la lentezza dei soccorsi e nel terzo, «Uomini e cose», aveva descritto la colonizzazione da parte dei Torlonia e come questa avesse avuto come conseguenza anche l’aumento delle vittime e della distruzione seguita al sisma. In particolare, criticò la scelta del governo che inviò qualche migliaio di militari ma in assetto da guerra piuttosto che, come ci si sarebbe aspettato, armati di badili, di cibo e di strumenti necessari ad affrontare gli effetti di un cataclisma di quella portata.
In America la notizia del disastro arrivò tramite un articolo di Guglielmo Marconi, pubblicato sul «New York Time» del 17 gennaio. Marconi, arrivato vicino Avezzano, con il treno su cui viaggiava il Re d’Italia, raccontò ciò che aveva visto. Soldati e volontari erano in numero insufficiente. Se veniva avvertita la presenza di persone vive sotto le rovine, il luogo veniva segnalato infilzando tra le macerie un lungo paletto. Il più delle volte, non si riusciva a mettere insieme il numero di persone necessarie per scavare adeguatamente. Questo articolo fece molto scalpore. Molti furono gli abruzzesi emigrati che decisero di tornare immediatamente in patria per aiutare o cercare i propri cari ma li aspettava una pessima sorpresa. Pur essendo residenti negli Stati Uniti, vennero mobilitati e appena scoppiata la guerra, inviati a combattere contro l’Austria. Gli stessi giovani di Avezzano furono chiamati alla prima leva successiva alla catastrofe.
Riguardo alla guerra, Ignazio Silo-ne, colpito dal sisma negli affetti più cari, scrisse al fratello Romolo
«Carissimo fratello, ogni disgrazia è seguita da altre disgrazie. E il terremoto ha voluto dietro di sè la guerra e la guerra vorrà ancora...chi sa cosa vorrà?».
La catastrofe suscitò un interesse ben più vasto dell’ambito regionale, trasformandosi in un avvenimento di rilievo storico nazionale ma ben presto, fu oscurato dagli eventi politici che caratterizzarono la vita nazionale alla vigilia dell’imminente entrata in guerra. Del terremoto rimasero soltanto deboli tracce e già nei quotidiani del mese di febbraio, poco spazio fu dedicato ai problemi dei paesi terremotati.
Anche le proteste dei primi giorni per il ritardo dei soccorsi e le polemiche per la pessima qualità delle costruzioni crollate, finirono per affievolirsi sotto il martello della propaganda bellica. Una sola casa di Avezzano, la cosiddetta «Casa Palazzi», rimase in piedi dopo il sisma ma secondo molte fonti, era l’unico edificio ad essere stato costruito tenendo conto di criteri antisismici. L’economia legata alla bonifica del Fucino infatti, aveva favorito una diffusa speculazione edilizia e la maggior parte delle abitazioni era stata costruita velocemente e con materiali inappropriati.
Nonostante ciò, soprattutto nei centri minori, i sopravvissuti al terremoto furono costretti ad abitare per molto tempo nelle cosiddette «casette asismi-che». Nel corso degli anni, per rendere più dignitosa l’esistenza, gli abitanti aggiunsero qualche stalla, qualche stanza in più e in qualche caso, all’aggregato di abitazioni, cresciuto così confusamente, rimase  il nome di «Casette» o «Case sparse». Altri luoghi cominciarono a ripopolarsi grazie ad una notevole afflusso di immigrati. Anche dove fu più massicciamente ricostruito, spesso con il contributo delle rimesse dall’estero, le cose comunque, non andavano poi così bene. Lo stesso Ignazio Silone, in articoli ed altri scritti, denunciò le miserie umane ma anche le tante ingiustizie e  malversazioni riguardanti la «ricostruzione».
«Chi ha vissuto queste ore non le dimenticherà più e non dimenticherà il proprio avvilimento e il proprio furore pensando di appartenere a uno Stato civile che si dice anche grande e potente, la cui capitale non era che a quattro ore di treno da paesi abbandonati alla sventura come se fossero dispersi in una landa barbara e deserta».
La mattanza mondiale sembrò nascondere ogni cosa sotto il suo mantello nero ma anche negli anni successivi alla guerra, erano in molti a richiedere una maggiore attenzione verso un territorio massacrato, prima dal sisma e poi dal conflitto. Il senso di abbandono si può notare anche nella corrispondenza indirizzata a gerarchi e parlamentari inviata dai direttori delle sezioni fasciste del Cicolano, nate quasi tutte dopo il 1923. Si chiedeva di intercedere per sistemare strade, ponti, cimiteri ed edifici pubblici resi inservibili dalle scosse del 1915. La popolazione era stata falcidiata dal terremoto e l’economia di guerra aveva inciso ancora più duramente sulle popolazioni che si trovavano isolate e senza strutture. La faticosa opera di ricostruzione era stata messa a dura prova anche dalla chiamata alle armi, alla quale dovettero rispondere molti giovani marsicani e del Cicolano. Tanti, com’è noto, non tornarono mai più alle loro famiglie o a quanto ne restava. Come se non bastasse, molti degli sforzi di ricostruzione degli abitanti del Cicolano furono vanificati dall’inondazione della valle del Salto e del Turano. realizzata per scopi prevalentemente bellici ed industriali. Campi fertili e interi paesi furono di nuovo cancellati, il clima sconvolto, l’esistenza di migliaia di persone e di comunità secolari nuovamente distrutta.
Vengono ancora in mente le parole di Ignazio Silone :
«… Lo Stato riacquistava i suoi connotati di irrimediabile creazione del diavolo. Un buon cristiano, se vuol salvarsi l’anima, eviti pertanto il più possibile ogni contatto con esso. Lo Stato è sempre ruberia, camorra, privilegio e non può essere altro».
di Egisto Fiori
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