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La nuova struttura carceraria reatina
Inviato da : admin Martedì, 27 Giugno 2006 - 15:32
Giustizia e società
La nuova struttura carceraria reatina
di Simona Di Giannantonio

La concezione moderna di carcere come strumento fondamentale di punizione prende piede in Europa nel secolo XIX, in seguito alla diffusione degli ideali razio-nalistici del periodo storico conosciuto con il nome di Illuminismo. È proprio in tale panorama storico – culturale che si assiste alla divulgazione di una nuova «filosofia della pena» che crea le basi dei nuovi principi liberali del diritto penale, grazie anche all’opera «dei delitti e delle pene» di Cesare Beccaria.


Vengono chiamati in causa il libero arbitrio del criminale, la responsabilità sociale anziché morale dell’individuo e l’uguaglianza di ciascun soggetto dinanzi alla legge.
Il pensiero criminologico ha intrapreso uno sviluppo storico lento e graduale, i principi normativi hanno interessato culture diverse ed epoche lontane le une dalle altre, nonostante tutto l’elemento costante di ogni tessuto sociale è la necessità di reprimere e prevenire i delitti, nonché la creazione di strumenti di controllo pubblico.
Il carcere risulta un mezzo di punizione rivolto verso chi delinque ma è anche un luogo di auto correzione in cui i criminali – sia che agiscano irrazionalmente o nel pieno possesso delle proprie capacità mentali – possano recuperare la giusta condotta morale grazie ai metodi risocializ-zativi. Altrettanto comprensibile è l’iniziativa di ciascuno Stato di costruire e localizzare questi luoghi di correzione distribuendoli sul territorio nazionale.
Nello specifico, la Casa Circondariale di Rieti è un istituto molto piccolo nato come Convento – non come struttura carceraria – e posto al centro dei piccoli vicoli cittadini. Mediamente ci sono 45-50 detenuti che, a causa della mancanza di spazi per la socialità, non svolgono attività culturali o rieducative particolari. La situazione dell’istituto penitenziario reatino è comune a molte altre città italiane tanto che la constatazione del disagio portò il Ministro Castelli a lanciare la proposta di dismettere le carceri storiche e finanziare la costruzione di strutture più funzionali. La conseguenza logica fu l’urgenza di spostare la locazione degli istituti in zone site al di fuori del centro storico della città, nonché l’individuazione - da parte delle amministrazioni comunali - delle volumetrie necessarie per mettere in pratica l’opera.
Il nuovo carcere prevede una capienza minima di 250 posti detentivi, capaci di accogliere dai 700 ai 1000 reclusi su una superficie coperta di 70000 mq.
L’iniziativa è degna di nota ed è giusto creare strutture che garantiscano un’esistenza sostenibile e moralmente accettabile alle persone sottoposte a misure di sicurezza, ma i cittadini reatini, nel giugno 2001, hanno presentato una diffida al TAR sulle irregolarità riguardanti la costruzione del carcere. L’area in questione, infatti, non è solo vincolata nella destinazione urbanistica in parte a verde di rispetto, ma comprende anche 7000 mq. di cave a cielo aperto e una falda acquifera (a soli 10 m. di profondità) che alimenta una sorgente di acqua potabile. Non bisogna trascurare – inoltre – che nel 1999 una delibera della Regione Lazio attribuì il vincolo paesaggistico alla zona, in quanto ricca di beni naturalistici.
Questo elenco notevolmente lungo di ragioni convinse, nel 1986-87, i membri della Commissione Mini-steriale a ritenere «non idonea» l’area che oggi vede sorgere piuttosto rapidamente il carcere di Rieti, ossia il lotto di terreno compreso tra l’Ospedale «S. Camillo de’ Lellis» e la zona artigianale di Vazia. Attualmente l’impatto che l’osservatore riceve dal cantiere del penitenziario in costruzione è forte, forse anche perché, se si sposta leggermente lo sguardo più a nord, lo scenario cambia bruscamente per lasciare spazio ad una vegetazione intensa e ad una montagna coperta di un candido mantello bianco. Dal grigiore deprimente degli edifici in cemento armato, all’esplosione suggestiva dei colori naturali che dominano il paesaggio durante tutto l’anno. La raccolta di firme dei residenti, volta a scuotere l’animo dei dirigenti politici del Comune si soffermava proprio su queste riflessioni riguardanti la scelta dell’ubicazione dell’istituto correzionale e non era finalizzata, come potrebbe sembrare, a formulare giudizi di valore o ad «etichettare» moralmente l’essenza stessa delle Case Circondariali. Una società civile deve prendere atto e cercare di risolvere il problema della delinquenza ma è anche vero che proprio questo senso di responsabilità deve spingere verso decisioni giuste, sia per la comunità sia per l’ambiente circostante.
 Lasciamo concludere questo turbine di pensieri contrastanti dalle parole dello storico e filosofo Isaiah Berlin che, nel 1969, scriveva: «Rendersi conto della validità relativa delle proprie convinzioni, eppur difenderle senza indietreggiare, è ciò che distingue un barbaro da un uomo civile».
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