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4 Novembre
Inviato da : admin Domenica, 14 Dicembre 2014 - 19:31
4 Novembre dalla vittoria all’unità d’Italia
Una cerimonia sobria, si direbbe alla Monti, ha ricordato quest’anno la ricorrenza del 4 novembre 1918, una data storica per la vittoria dell’Italia sull’impero austro-unga-rico che segnava, secondo gli storici, il compimento del Risorgimento. Quel giorno finiva la fase guerreggiata del primo conflitto mondiale cui il nostro popolo, tra morti e feriti ha sacrificato più di due milioni di uomini. Come l’intera popolazione della Calabria!
Fino a qualche anno era festa nazionale anche se nel frattempo c’era stato l’8 settembre con tutti i suoi drammi umani, le città distrutte, la guerra civile, la liberazione sui carri armati angloamericani la perdita dei valori morali, oltre che di pezzi di Nazione come l’Istria e la Dalmazia. 

Il maledetto bluff mussoliniano legato alla forza dell’alleato nazista, era stato scoperto e il piatto sarebbe stato diviso tra quelli che avevamo voluto avversari, prima di volerci credere loro alleati. Sul piano della considerazione internazionale le conseguenze sono state tanto drammatiche da durare ancora.
Forse per lenire nella mente della gente tali conseguenze, per molti anni, dopo la nascita della Repubblica, si è continuato a guardare al 4 novembre ricordando quella lontana vittoria.
Successivamente la data è diventata la Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale. Una bella definizione perché non c’è dubbio che questa, cioè l’Unità, scaturisce, soprattutto, anche se non soltanto, da quelle, cioè dalle Forze Armate composte da uomini che lasciando tutto, casa e famiglia, hanno imbracciato le armi, per ideale o soltanto per dovere.
Ed ecco che la memoria corre agli studi scolastici, Custoza, San Martino, Castelfidardo, Lissa: poi le memorie dei nostri vecchi ed ecco l’Isonzo,  la Bain-sizza, l’Ortigara, la Marmolada, Gorizia, e poi Caporetto, il Grappa ed il Piave che secondo E. A. Mario «mormorava». E invece ribolliva di proiettili e cannonate e diventava rosso di sangue.
Ad ogni nome tanti Caduti, Feriti, Mutilati. Fanti, Bersa-glieri, Artiglieri, Cavalleggeri, Arditi. Nomi che sono diventati lapidi, monumenti e nomi stradali: Cadorna, Caviglia, Badoglio, Diaz. E poi il comandante del-l’«invitta» terza Armata, quel duca d’Aosta che forse sarebbe diventato re, se l’Italia avesse ceduto dopo Caporetto.
E saranno passati solo ventitre anni quando un altro Duca d’Aosta, Amedeo - figlio dell’invitto Emanuele Filiberto -  nominato Vicerè d’Etiopia sarebbe stato destinato a veder tramontare il sole sull’effimero Impero conquistato da Badoglio e Graziani (senza tanto guardare per il sottile sui mezzi usati) solo un lustro prima. Ridotto sul-l’Amba Alagi, un nome che non ha mai portato fortuna al Tricolore, riceverà gli onori delle armi dagli inglesi vincitori. Che poi lo lasceranno morire, senza più fargli rivedere i suoi soldati, a Nayrobi nei primi mesi del 1942: l’anno della svolta. Da allora le armi tedesche, e di conseguenza quelle italiane, non conteranno più vittorie.
Anche qui tanti nomi, Digio-ne, Beta Som, Taranto, Ponte Perati, Cheren,  Alessandria, El Alamein, il Don, la Tunisia, Cassibile. È l’8 settembre, il giorno del disastro. Senza più ordini le Forze Armate italiane diventano un corpo senza testa. Criminalmente mandati a combattere con carri armati che dovevano rinforzare la corazzatura con sacchetti di sabbia, con aerei surclassati, con una flotta senza radar e portaerei, per 40 mesi Fanti, Avieri e Mariani avevano fatto quanto possibile (cogliendo anche successi incredibili come quelli degli assaltatori marini della Decima Mas).
 E il momento dei tutti a casa. Ma non è proprio cosi. Ciascuno decide secondo coscienza, scegliendo la fedeltà al Re, o all’alleato. C’è chi sacrifica la vita a Roma o a Cefalonia. Centinaia vanno in montagna, migliaia in campo di concentramento.
Finito tutto toccherà alla Repubblica raccogliere i cocci, e ricreare una struttura militare in cui i cittadini di uno stato democratico si possano riconoscere.
L’Italia aderisce alla Nato – sotto il cui scudo dichiarerà di trovarsi bene anche l’on. Ber-linguer – si inserisce nella politica internazionale e le Forze Armate ne sono lo strumento essenziale. Finisce la «leva». Soldati si diventa per scelta.
I primi caduti a Kindu, poi una continua presenza  nei punti caldi e caldissimi del mondo: Libano, Somalia, Irak, Serbia, Afghanistan, Libia. Vengono definite «missioni di pace», ma in realtà si combatte, si bombarda, si uccide e si resta uccisi. Si fa, ma non si dice.
Silenziosamente, le Forze Armate Italiane compiono il loro dovere. Con il loro impegno, con i Caduti  nati in tutte le Regioni, senza scandali,  hanno contribuito e contribuiranno ancora all’Unità di questa nostra amatis-sima, ma difficile, terra.
di Flavio Fosso
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