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La castagna
Inviato da : admin Domenica, 14 Dicembre 2014 - 19:33
La castagna: risorsa alimentare da sempre
La castagna nel corso dei secoli, ancor prima che i popoli antichi greci e romani ne facessero largo uso, ha sfamato intere popolazioni soprattutto in tempi di vacche magre. L’aristocrazia dell’antica Roma, per contro, considerava questo frutto un dessert di grande raffinatezza.


Va comunque detto che la castagna è un alimento altamente nutritivo che si presta ad un ampio spettro di impieghi, la farina si usa per pane, pasta e dolci, gnocchi. I frutti interi  sono deliziosi lessati, oppure arrostiti, le famose «caldarro-ste» e cosa dire dei «maron glacè»? Chi non ha mai gustato una fetta di castagnaccio, torta al forno molto conosciuta guarnita di pinoli e uva passa? Presente alla mensa dei ricchi prevalentemente per la preparazione di dolci la castagna è sempre stata un alimento essenziale alla mensa delle classi più umili, tanto da essere conosciuta come «il pane dei poveri». Con il progredire della agricoltura e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, la coltura dei castagneti, a partire dal XIX° secolo, andò lentamente scomparendo concentrando l’interesse alla produzione e commercio del  legname. Il legno di castagno, molto apprezzato per la sua fibra, incentivò l’abbattimento di molti boschi, ne fu danneggiata la pulizia e la manutenzione del suolo abbandonato e inselvatichendo la qualità dei frutti prodotti dalle piante. Ma come spesso avviene su questa terra abituata al susseguirsi di corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, le carestie, le guerre e gli andamenti stagionali negativi per l’agricoltura, fecero ripartire la coltura e la raccolta di questo frutto, il «cereale che cresce sugli alberi», che tornò a sfamare moltitudini di esseri umani e spesso anche gli  animali. Un evento del recente passato che rivalutò per necessità la castagna, è stata la seconda guerra mondiale e in particolare gli ultimi anni nei quali fummo invasi e successivamente liberati. Dalle Prealpi a tutta la dorsale appenninica, terre di castagneti, la fame dilagante obbligò ricchi e poveri a ricorrere alle castagne, alimento, non certo secondario, della loro nutrizione. I ricordi di chi ha vissuto quel dannato periodo, riportano alla memoria mesi e mesi di polenta di castagne a pranzo e a cena, minestre di castagne con erbe aromatiche, castagne lesse dette «ballotte» o arrostite e molti altri modi di cucinarle. Al contrario, le frittelle di farina di castagne, molto gustose, erano introvabili per l’impossibilità di procurare l’olio per friggerle, acquistabile solo al «mercato nero» a prezzi da capogiro. Un giusto merito va riconosciuto alle madri di famiglia, le  casalinghe, sempre ango-sciate dall’inventare nuove ricette  per diversificare il pranzo  dalla cena, ma sempre a base di sole castagne. Nel corso dei secoli la castagna è stata oggetto di favole, racconti, proverbi e leggende. Il letterato e scrittore reatino  Marco Terenzio Varrone nato a Rieti (o nei pressi) e vissuto a Roma un secolo prima della nascita di Cristo, nel suo libro «De re rustica» parla della castagna (castanea in Latino) venduta nei mercati orto-frutticoli della via Sacra nella Roma imperiale, ai giovani romani che la offrivano come pegno d’amore alla donna amata. Molte leggende si  ritrovano in giro per l’Italia. Una ad esempio, appartenente alla tradizione della vicina Valnerina, viene fatta risalire a San Benedetto da Norcia e si riferisce all’involucro chiuso della castagna, il «riccio». Ascoltando le suppliche della popolazione che  invocava  un suo intervento che facilitasse l’apertura del riccio, molto spinoso e pungente, il Santo si inginocchiò in preghiera. La sua mano si alzò benedicendo il riccio che si aprì in quattro spicchi a forma di croce. Grazie a quel prodigio fu così che quella povera gente riuscì a sfamarsi raccogliendo più facilmente i frutti senza ferirsi le mani. Un proverbio che descrive sinteticamente le qualità della castagna recita così : «ho il riccio spinoso ma il cuore generoso; mi mangiano cotta, bruciata o bal-lotta; mi trovo in montagna e mi chiamo castagna».
Grazie a Dio nelle nostre zone i castagneti non sono mai mancati e ancora oggi possiamo avere il piacere di gustare i marroni di Antro-doco  molto richiesti per la produzione del «maron glacè». Molto conosciute sono le castagne di Micigliano, che si raccolgono nei boschi a mille metri, e tutta una produzione di ottimi frutti provenienti dal circondario dei comuni ubicati sotto il Terminillo. La raccolta delle castagne denominata «castagnatura», a seconda delle varie latitudini, avviene verso la fine di settembre e a suo tempo veniva considerata uno degli avvenimenti più importanti della vita agricola durante la quale si organizzavano grandi feste con abbondanti libagioni. Ma anche se queste tradizioni con l’andar del tempo svaniscono, resta sempre la fiamma di un camino, il suo calore confortevole, il profumo delle caldarroste scoppiettanti, un buon bicchiere di vino rosso e la famiglia riunita che assapora, nell’intimità, i benefici dei piaceri semplici.
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