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Big Bang al Terminillo
Inviato da : admin Giovedì, 18 Dicembre 2014 - 19:40
Big Bang al Terminillo
La storia del grande mosaico della chiesa di San Francesco nel racconto degli autori
Qualche tempo fa lo scrittore Marco Lodoli, visitando il San Francesco del Terminillo, s’emozionò davanti al grande mosaico absidale; aveva in mente il racconto dei sei giorni della Creazione appreso da bambino al catechismo: tenebre e luce, piante e animali, il giardino dell’Eden, Adamo ed Eva, l’albero del frutto proibito e, nascosto da qualche parte, il serpente tentatore. 

«Così nell’immenso mosaico potremmo aspettarci acqua e terra, uccellini e belve mansuete, armonia e tentazione. E invece, incredibile a ve-dersi, c’è il Big Bang […] l’esplosione iniziale, il boato di luce e materia che si espande vorticosa-mente trasformando il nulla in universo. Onde cubofuturiste si inseguono dal centro verso i  bordi, il nucleo dorato si allarga in cerchi azzurri, e una diafana colata d’argento lo attraversa, come volontà divina». ( La Repubblica, 13-01-2013)   
Le stesse emozioni provate dallo scrittore, stupore, meraviglia, sbalordimento, colpiscono il visitatore o il fedele che si trovi di fronte alla grande opera e la guardi senza il velo del pregiudizio. Nessuno rimane indifferente.
Il mosaico del Terminillo prova con evidenza come l’arte moderna possa esprimere il sentimento religioso del nostro tempo senza scendere a compromessi, dai risultati spesso deprimenti, con certe forme correnti dell’arte sacra contemporanea, derivate da una grande tradizione ma non di rado corrive nella loro realizzazione e ormai consunte dall’uso.
Il tempio di San Francesco, voluto dai frati Minori Conventuali umbri nel decennale della proclamazione del Santo a patrono d’Italia, fu realizzato con volontà ferrea da p. Riziero Lanfaloni (1922-1995) tra il 1949 e il 1964, anno dell’inaugurazione, su progetto dell’architetto Pao-lo Fidenzoni di Spoleto.
Padre Riziero si avvalse a lungo della collaborazione di Pietro (1935-2007) e Francesco (1939-2004) Vitali, due imprenditori-artisti di Foligno che si occuparono della decorazione e arredo della chiesa, scegliendo gli artisti, distribuendo gli incarichi e intervenendo nella realizzazione delle opere. L’artista umbro Luigi Frappi fu incaricato da Pietro Vitali di preparare un bozzetto per un mosaico che doveva completare l’abside della nuova chiesa, fino a quel momento un grande guscio bianco. Era il 1974.
Luigi Frappi, nato nel 1938 a Bevagna (PG), dove vive e lavora, è pittore di raffinati paesaggi dove la presenza umana sembra assente e di splendide e misteriose nature morte. La sua arte, fedele alla tradizione ma niente affatto anacronistica, non imita né replica la pittura antica ma la sviluppa modernamente con potenza visionaria e giochi preziosi di luci e ombre. Il suo curriculum riporta una lunga serie di mostre e realizzazioni; nel 2011 ha partecipato alla 54a edizione della Biennale di Venezia nel padiglione italiano curato da Vittorio Sgarbi, indicato dall’architetto Paolo Portoghesi, suo grande estimatore e membro del comitato incaricato di selezionare gli artisti.
Nel bozzetto per il Terminillo Luigi Frappi  immagina una esplosione di luce che s’irradia da un nucleo centrale a forma di colomba nello spazio oscuro, sconfiggendo le tenebre, come l’esplosione di una supernova; domina la gamma degli azzurri, nelle diverse tonalità, percorsi da guizzi di giallo, di bianco, di viola, di rosso; IN PRINCIPIO, CREÒ DIO IL CIELO E LA TERRA, così lo sottoscrive e lo firma GIGI FRAPPI.
L’opera richiama le avanguardie del Novecento - Futurismo, Astrattismo, Informale - e il lavoro di artisti come Giacomo Balla (1871-1958) e Gerardo Dottori (1884-1977), il pittore umbro esponente dell’Aeropittura e dell’Arte sacra futurista.
I rapporti tra l’artista e Vitali nel 1974 sono tutt’altro che amichevoli e distesi: il bozzetto di Frappi, destinato a dare origine a un mosaico di trecentocinquanta metri quadrati, viene pagato la misera somma di ses-santamila lire. Vitali utilizza il bozzetto senza coinvolgere minimamente l’artista nella sua trasposizione. Frappi, come mi ha confermato personalmente, non s’è mai recato al Terminillo per vedere come è stato realizzato.
Padre Riziero e i fratelli Vitali devono ora costruire la grande opera: si tratta di sviluppare su una superficie gigantesca l’idea di Luigi Frappi senza svilirla con una realizzazione debole o approssimativa.
Il lavoro è affidato a Domenico Colledani, giovane ma già esperto mosaicista; nato nel 1945 a Spi-limbergo (Friuli), si diploma presso la Scuola Mosaicisti della sua città ma presto si trasferisce a Milano per lavorare nel campo delle realizzazioni musive. Nel 1973 fonda una sua ditta, la Mosaic Art. Oggi ricorda con piacere e soddisfazione l’impegno per il Terminillo, che ci descrive con ricchezza di particolari:
«Già mio cliente da diversi anni, il Vitali [Pietro] venne a trovarmi, facendomi vedere il bozzetto a colori, di dimensioni piuttosto piccole, e mi disse che mi dava piena libertà di interpretazione. Doveva essere però un mosaico moderno in tutti i sensi, cioè un po’ fuori dagli schemi tradizionali.
Accettai subito con entusiasmo, anche se il budget non era molto ricco e i guadagni limitati. Inoltre in quel periodo mosaici di quelle dimensioni non erano così frequenti. Successivamente, negli anni a venire, ne ho realizzato, assieme ai miei collaboratori, anche di molto più grandi ad esempio i mosaici della grande Moschea di Abu Dabi, 1200 mq.
Avuto l’OK da Vitali, mi misi subito all’opera e conobbi Padre Ri-ziero, che mi diede pieno accesso per rilevare quante più misure possibili.
Realizzai un plastico in scala (c’è ancora qui nel mio laboratorio!) e disegnai graficamente il bozzetto, mantenendo il chiaro-scuro: geometricamente sono 5 spicchi che si rastremano verso l’alto. Dal plastico in scala riuscii a trarre tutte le misure intermedie che, data l’altezza dell’abside, non avevo potuto prendere nel mio sopralluogo.
Successivamente, per mezzo di un episcopio (una specie di proiettore) elaborai ogni singolo spicchio a grandezza naturale, sviluppando il disegno del bozzetto.
All’epoca tutti i mosaici venivano realizzai con la tecnica a rivol-tatura, cioè le tessere vengono incollate su carta a rovescio. Il mosaico è poi posato in opera con intonaco fresco, lasciando la carta a vista. Viene rimossa la carta, bagnandola con acqua, e il mosaico, pulito dai resti della colla di farina, è stuccato con cemento e calce. È una tecnica ancora molto in uso, anche nel mio laboratorio, ma la superficie del mosaico rimane liscia. Nel mosaico del Terminillo, però, io decisi di usare una tecnica diretta e cioè comporre direttamente il mosaico con la superficie definitiva già a vista. Facendo così avrei potuto usare materiali di diverso spessore che avrebbero reso il mosaico più vibrante e mosso. È la tecnica diretta usata già dai Bizantini, che consisteva nel disegnare sul muro il mosaico da realizzare. Poi sul muro veniva spalmato il legante e cioè calce, sabbia, coccio pesto e pozzolana e le tessere venivano collocate direttamente nel legante, componendo il mosaico.
Tuttavia, dovendo usare quel sistema, avrei dovuto soggiornare con i miei collaboratori al Terminillo per diversi mesi e i costi sarebbero stati molto alti, anche perché avrei dovuto portare il magazzino dei materiali.
Decisi perciò di realizzarlo, sì, con la tecnica diretta, ma nel mio laboratorio [di Milano], componendo il mosaico con una colla nuova, proveniente dagli Stati Uniti, usando come supporto una rete di cotone. Quindi ho sezionato l’opera in tanti pezzi numerati di dimensione di circa 50x50 cm, realizzando contemporaneamente un piano di posa in opera, che comportava la riunificazione dei diversi pannelli, come in un puzzle.
Realizzammo il mosaico in circa tre mesi. Poi fu imballato in scatole di cartone rigido e spedito al Terminillo. Devo precisare che oggi con colle tipo Mapei o altre è una tecnica molto usata dai mosaicisti, ma allora, non essendoci le colle o resine epossidiche, fui uno dei primi a usare quella tecnica, proprio nel mosaico del Terminillo.
I materiali usati nella composizione del mosaico sono stati i marmi, gli smalti veneziani, le paste vitree in pezzature varie, anche di dimensioni notevoli e nelle forme più disparate e in alcune parti inserii anche vari tipi di oro, sempre in pezzature varie, per dare luminosità e impreziosire le parti più chiare del mosaico.
Il montaggio e la ricomposizione al Terminillo richiesero una quindicina di giorni di lavoro per me e altri tre posatori.
Fummo ospitati per il periodo dei lavori nell’albergo dell’Aviazione e Padre Riziero era sempre quotidianamente presente nel seguire la posa. Alcuni anni dopo, ebbi modo di rincontrare Padre Riziero a Gabicce in occasione della realizzazione del mosaico nella locale Chiesa dei Frati, su disegno del pittore Nastasio.
Sia il Vitali che Padre Riziero furono molto soddisfatti del risultato».
E avevano buoni motivi per es-serlo, per la buona riuscita dell’opera nata in circostanze così particolari.
P. Luigi Faraglia, assiduo del Terminillo e successore di P. Riziero nella parrocchia, scrive: «P. Riziero sentiva come una sua creatura questo mosaico. Domenico [Colledani], non sentendosi pienamente libero, minacciò più di una volta di smettere e tornarsene a casa. Quando si trattò di saldare l’opera ci fu gran pace e gioia per ambedue». (L. Scolari, M. Marinelli, Templun Pacis Sancto Francisco… p. 40).
Anni dopo, tra il 1978 e il 1981, fu necessario, per proteggere la facciata, realizzare una tettoia decorata con una grande scritta a mosaico che riprende forme e colori di quello interno absidale. La scritta riprende il titolo del bozzetto di Frappi, In principio Dio creò il cielo e la terra; lì accanto, una iscrizione riporta, ecumenicamente, i nomi degli autori che, in modi diversi, hanno partecipato alla realizzazione : Padre Riziero Lanfaloni / Luigi Frappi / Dome-nico Colledani / Pietro e Francesco Vitali / realizzarono nel 1975.
Sono passati quarant’anni. Le intemperie, le infiltrazioni d’acqua, i salti di temperatura hanno causato il distacco di molte tessere del grande mosaico dell’abside, altre sono pericolanti: è urgente un consolidamento e un restauro attento e rispettoso che salvaguardi questo tesoro artistico del Terminillo.
di Alberto Dionisi
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