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Gli usi civici
Inviato da : admin Martedì, 27 Giugno 2006 - 15:52
Gli usi civici: nati con l’antica Roma
di Maria Lattanzi

Chiunque voglia risalire all’origine di questo antico istituto, così tipico del regime fondiario italiano, deve ricercarla in un periodo assai remoto e glorioso della storia della nostra penisola, quello dell’antica Roma. Fu infatti nel corso dell’epoca classica che ebbe luogo un fenomeno importantissimo: l’istituzione delle colonie, in conseguenza del quale il territorio fu diviso in due parti; di queste la prima, costituita da terreni coltivabili, era assegnata a titolo di proprietà privata ai singoli coloni, mentre la seconda era a sua volta divisa in tre parti. Una sezione era assegnata ai singoli coloni, come pertinenza del feudo, in proprietà privata; un’altra era considerata comune a tutti i coloni e, infine, la terza era destinata alla colonia come ente a sé. Per quest’ultima parte il diritto di utilizzazione spettante ai coloni, veniva esercitato mediante il pagamento di un vectigal, ossia di una corrisposta - peraltro assai tenuee si concretava nel libero esercizio del pascolo e del legnatico.


Quando il fiscus, intorno al IV secolo dopo Cristo, assorbì l’erarium populi romani, acquistò la piena proprietà di molti pascoli e boschi, che dava in concessione ai privati dietro pagamento di un vectigal; frattanto sorgevano nuclei di persone come i pagi,i vici,i castra ecc., cui pure venne riconosciuta la proprietà di pascoli e boschi sui quali gli appartenenti al nucleo esercitavano promiscua-mente queste attività.
Pertanto, intorno al quarto secolo dopo Cristo, la situazione fondiaria dell’impero era la seguente: esistevano nuclei composti di persone che erano proprietarie individualmente di un determinato appezzamento; un altro appezzamento lo aveva in proprietà il nucleo su cui tutti i membri della comunità esercitavano attività di godimento e sfruttamento; un’altra porzione, poi, era del fiscus che poneva la terra a disposizione del gruppo, traendone spesso un vectigal. Il pagamento di quest’ultimo non era un aspetto essenziale del fenomeno, giacchè poteva avvenire che, tanto la colonia o il pagus o tanto meno il viscus, quanto il fiscus ponessero a disposizione il proprio terreno rispettivamente agli abitanti o al nucleo (e quindi in definitiva ai cittadini) senza la corresponsione del vectigal.
Sorsero così i communia, i compascua e i communalia che rappresentarono terreni sui quali, ogni componente di una determinata collettività,aveva il diritto di esercitare un godimento, come quello del pascolo, della coltivazione o dell’uso civico di legnatico.
Questa, in estrema sintesi, rappresenta l’origine degli usi civici che nel corso dei secoli hanno seguito percorsi storici diversi nelle varie zone del nostro Paese, tanto da costituire attualmente una realtà diversificata non solo da regione a regione, ma spesso da valle a valle, da paese a paese, addirittura da borgo a borgo.
Nel mezzogiorno d’Italia si ebbe la più ricca letteratura in materia di usi civici e si affermarono principi che furono quasi del tutto regolatori della materia.
In queste zone per effetto delle invasioni barbariche, almeno secondo alcuni studiosi, il patrimonio fiscale si costituì, oltre che con le terre appartenenti al fisco imperiali e tolte ai possessores uccisi e sfuggiti alla strage, anche con i communia delle città e delle popolazioni sottoposte ai nuovi dominatori. Non vi è alcun dubbio, in ogni modo, che dette terre – anche dopo l’infiscatio – continuarono a servire agli usi delle popolazioni.
I Normanni e gli Svevi, specie questi ultimi, cercarono di favorire le colazioni quando non pregiudicavano l’autonomia politica ed amministrativa dello Stato; quindi si guardarono bene dal privare le popolazioni degli usi, di cui godevano «ab antiquo» e cercarono piuttosto, per ragioni contingenti, di venire incontro ad esse.
Infatti, se sulle terre del fisco date in feudo esistevano usi della popolazione, questi ultimi continuavano ad esistere anche dopo l’istituzione del feudo. Nacque così la massima «ubi feuda ibi demania».
Tra l’altro, i suddetti diritti a favore della popolazione non si estinguevano ancorché quest’ultima abbandonasse in massa il territorio; infatti, tornavano a rivivere nella nuova popolazione sopravvenuta. Nell’Italia settentrionale, invece, le cose andarono in modo diverso. In queste regioni accanto alle terre di proprietà individuale vi erano quelle aperte, che dovevano essere accessibili a tutti per il pascolo e per la spigolatura, dopo la raccolta delle messi e quelle dette vicanalia o communalia nelle quali si esercitava il diritto di pascolo e legnatico da parte degli abitanti del viscus.
 Quando la popolazione era scarsa, la terra bastava per tutti. Gli abitanti del viscus, uniti per famiglia e senza formare un ente a sé, godevano di queste terre e si consideravano soggetti dei diritti di proprietà e di uso di esse.
Con l’infeudazione, i diritti dei «commarcani» e dei «vicini» non vennero quasi meno, non mancarono – però – casi in cui il feudatario riservasse per sé alcuni di questi diritti, situazioni in cui egli facesse ai vas-salli altre concessioni affinché essi partecipassero maggiormente al godimento delle terre. Quando in alcune regioni, con i gruppi di originari del luogo cominciarono a formarsi le vicinie e quando alcuni di questi aggregati acquistarono personalità di diritto pubblico (cioè divennero Comuni), la sistemazione degli usi civici si presentò tutt’altro che agevole e ciò soprattutto nei paesi di montagna, perché in pianura essi si distinsero.
Tra il XVIII ed il XIX secolo, in Italia, come nel resto d’Europa, si avviò un processo di eliminazione degli usi civici, divenuti ormai incompatibili con il nuovo ordine d’idee e di fatti, come una normativa molto frammentaria in quanto il paese era diviso in tanti piccoli stati, ciascuno dei quali era governato con proprie leggi ed istituti particolari. Nel ducato di Milano, Giuseppe II e Maria Teresa, non senza proteste degli interessati, avevano disposto (23 agosto 1770 e 14 marzo 1775) che molti pascoli comunali dovevano essere divisi fra i comunisti, che ogni colono doveva avere una parte di pascolo come accessorio delle sue terre, che i boschi di alto fusto non dovevano essere divisi e che l’uso del legnatico doveva essere limitato.
Nel Piemonte, dopo il tentativo di abolizione dei diritti di pascolo e di fida (1797), rimasto senza effetto per l’invasione dei francesi, questi – con la legge del 14 marzo 1799 – avevano imposto la divisione dei beni comunali.
Nel Veneto, il 24 settembre 1793 s’era fatto obbligo al magistrato di beni incolti, di esaminare se il pensionatico era dannoso all’agricoltura e dopo la caduta della Repubblica, non si era tenuto conto di quanto saggiamente aveva suggerito detto magistrato; per cui i decreti del municipio di Vicenza e del governo centrale di Padova, del Polesine, di Rovigo e di Andria, non ebbero esecuzione e il pensionatico rimase abolito senza compenso. La riforma, voluta dal Granduca Leopoldo per il risorgimento economico della Maremma, liberò la proprietà privata da tutti i vincoli che vi avevano imposto lo Stato e i comuni, mentre donò a questi ultimi diritti che spettavano allo Stato sulle terre pubbliche e comunali, con la condizione che i comuni stessi alienassero le terre comunali unitamente ai frutti del pascolo e del legnatico, facendo pagare a parte - mediante stima – tali frutti. Nello Stato Pontificio, Pio VII con «motu proprio» del 15 settembre 1802 e con l’Editto del 27 novembre 1805, per conciliare i nuovi principi economici con i vecchi diritti, stabilì che fosse lecito affrancare le servitù di pascolo, legnatico ecc. a condizione di obbligarsi a migliorare il fondo e a pagare una giusta indennità agli utenti.
Nelle province meridionali, le leggi del 1806 oltre ad abolire le varie servitù e le prestazioni personali «figlie» dell’abuso, disposero anche la divisione delle terre, con l’assegnazione di una parte agli ex baroni e, dall’altra, una parte ai comuni, nell’interesse di tutti i cittadini; in un secondo momento, quest’ultima sezione doveva essere quotizzata e le quote sorteggiate tra tutti i cittadini aventi diritto.
Tutte queste riforme, ispirate ai principi del nuovo diritto, furono solo in parte attuate, a causa della tenace resistenza delle popolazioni e dello scarso impegno dei governi nel renderle attuative; esse erano il portato di quel complesso di principi che avevano caratterizzato la rivoluzione francese: volevano conseguire insieme il vantaggio di liberare la proprietà fondiaria dai vincoli del diritto feudale facendone un bene economico facilmente alienabile. La legge liquidatrice del 16 settembre 1927 n° 1766, che ancora oggi disciplina gli usi civici, volle essere una legge coordinatrice e organizzatrice delle liquidazioni precedentemente disposte, realizzando una regolamentazione uniforme della materia per tutte le zone d’Italia.
La normativa in parola, infatti, oltre a perseguire lo scopo di fornire la più intensa tutela dei diritti di uso civico gravanti sulle terre collettive, riafferma il criterio anteriore dell’estinzione degli usi civici su terre private e presupponendo la natura condominiale di questi diritti, determina congrui compensi per la loro cessazione.
Senonchè, l’istituto degli usi civici, non solo non ha visto compiuta l’opera demolitoria tracciata dal legislatore del 1927, ma anzi, ha vissuto – e sta vivendo – negli ultimi decenni una nuova valorizzazione dovuta al riconoscimento di una in-novativa valenza ambientale, da parte sia del legislatore sia della giurisprudenza costituzionale. Se nel 1927 conservare l’ambiente voleva dire soprattutto impedire i dissesti idrogeo-logici del suolo, oggi il problema conservativo assume ben altre dimensioni ed intensità; attualmente si tratta, in radice, di riconoscere la dipendenza di una società urbanizzata e industriale da un vasto bacino d’aree immuni, destinate ad assicurarle tutte quelle risorse naturali non rinno-vabili che l’ambiente brucia inesorabilmente: l’aria, l’acqua, lo spazio, la specie e il paesaggio.
Ed ecco che la tutela dell’ambiente, ascrivibile alla categoria degli interessi primari del nostro secolo, può venire in parte soddisfatta attraverso i diritti di uso civico.
Infatti, un vincolo così forte come quello legislativamente previsto dagli usi civici, ed applicato spesso con accenti di grande rigidità, cioè con caratteristiche ancor più marcatamente vincolistiche, ha ottenuto il risultato di preservare ampie zone montane del paese dal degrado ambientale. Attualmente la valenza ambientale e paesaggistica dei beni di uso civico trova un proprio riconoscimento ufficiale e vincolante nell’art. 1, lett.H, della legge 8 agosto 1985, n. 431 (c.d.Galasso) che, modificando l’art. 82 del d.p.r. n. 616 del 1977, ha sottoposto a vincolo paesaggistico ai sensi della legge 29 giugno 1939 n. 1497 (c.d. sulle bellezze naturali), tra le altre cose «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici».
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