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La transumanza
Inviato da : admin Venerdì, 21 Aprile 2006 - 23:46
La tradizione come unico legame tra la comunità e la società.
La transumanza
Fattore esclusivamente economico o più profondamente prodotto socio-culturale?

L’usanza di rievocare feste e costumi tipici dei nostri antenati evidenzia, già da alcuni anni, un comportamento sociale molto diffuso, testimonianza di un chiaro bisogno di recuperare consuetudini di vita passate. 
Una delle manifestazioni che la nostra comunità fa rivivere ogni anno lungo i sentieri del monte Terminillo è la transumanza, evento che riscuote un successo sempre più eclatante.
In questa occasione si rinnova un’esperienza apparentemente lontana nel tempo ma che, come è possibile osservare, è tornata nuovamente in uso in molte località della dorsale appenninica.


Alcuni studiosi del fenomeno sostengono che la pastorizia transumante ha un’origine molto antica e affermando ciò non esagerano assolutamente, giacché ci sono testimonianze della sua esistenza già dall’epoca pre-romana. Alcune popolazioni come i Sabini, i Marsi e i Peligni praticavano un tipo di pastorizia nomade proprio in tale epoca storica.
Un elemento da sottolineare è che, proprio il nostro territorio, viene indicato dagli storici come punto di partenza delle prime greggi transumanti.
Nella zona ricca di acque sulfuree – infatti - compresa tra Cittaducale e Antrodoco e conosciuta con il nome di Paterno, vi sorgeva un laghetto formatosi dall’allargamento del fiume Velino.
Quest’isoletta era segnalata da un oracolo come il luogo dove sarebbe dovuta nascere la città di Cutilia ed è sempre lì che settemila Sabini con a capo Comio Castronio – guidati da un bove che indicava loro la strada – iniziarono la prima esperienza di pastorizia nomade. Un’altra curiosità ci perviene dalle implicazioni religiose legate al mondo agricolo-pastorale, dato che in epoca pagana la divinità protettrice dei pascoli era Ercole, il quale corrispondeva al dio greco Eracle, sostenitore del diritto di passo delle greggi. Autori latini, tra cui Marco Terenzio Varrone, testimoniano che i Sanniti furono uno dei primi popoli a praticare questo tipo d’allevamento.
Lo stesso Varrone, autore dell’opera «De re rustica», si riteneva un esperto poiché possessore di «grandi mandrie di pecore nell’Apulia e grandi razze di cavalli nel territorio di Rieti…». Mentre, nel periodo storico successivo, i Romani erano soliti condurre il loro bestiame in estate sui colli Albani, transitando attraverso i territori sabini. È stata formulata persino la tesi, che le prime guerre di Roma con i Sabini siano state provocate da controversie legate all’utilizzazione dei pascoli stagionali, poiché i romani sottoposero la transumanza a prelievo fiscale e ne fecero uno dei fattori economici più redditizi. Da qui ne deduciamo che, una volta entrata a far parte del «sistema», anche la transumanza divenne motivo di contese e di controversie che videro come interprete principale lo Stato Pontificio.
Ma cosa significa «Transumanza» e cosa comunica alla società moderna il ricordo di una tradizione ormai desueta che i giovani non hanno avuto modo di vivere in prima persona? Il termine transumanza è composto dalla locuzione «trans» (che indica spostamento) e dal vocabolo latino «humus» (che significa «terra»); dal significato letterale dell’espressione ne deriva l’essenza stessa della parola, ossia la consuetudine, da parte dei pastori, di trasferire il bestiame in montagna nel periodo estivo - nel tentativo di trovare floridi e ricchi pascoli – nonché la necessità di tornare a valle nei periodi più rigidi dell’inverno.
Si trattava di una vera e propria migrazione di animali e persone che abbandonavano per oltre tre mesi il focolare domestico e si sacrificavano ad una vita campestre. Si ricreava, così, un gruppo sociale ristretto composto dal massaro (uomo di fiducia del proprietario del gregge), dai pastori (addetti al controllo delle bestie), dai cassieri (produttori di formaggio) e dai butteri (addetti alla sorveglianza dei cavalli e dei muli). Sembra strano descrivere la vita dei pastori nomadi come un’esistenza di sacrifici e di privazioni, visto che è sempre più frequente parlare con persone che rinuncerebbero senza alcun dubbio alla vita frenetica e caotica della città per dedicarsi ad un’esistenza più semplice e tranquilla.
Le metropoli, con l’eccessivo tasso di urbaniz-zazione dovuto al boom dell’industria e con la spietata economia di mercato, hanno fatto rinascere nell’uomo l’istinto di natura, è come se si stesse assistendo ad un’inversione di tendenza: dalla corsa verso il benessere e verso le numerose opportunità fornite dalla realtà urbana, si è passati alla necessità di recuperare il legame con la natura e con la tradizione. Quest’ultima rappresenta l’unico fattore che stabilisce uniformità tra passato e presente, tra città e campagna, tra uomo e ambiente naturale. Lo spirito comunitario, tipico di un gruppo sociale ristretto quale il paese e il vicinato, caratterizzava l’anima dei pastori nomadi che condividevano lo stesso spazio, erano legati da forti sentimenti comuni ma, soprattutto, garantivano l’esistenza di un rapporto interpersonale diretto. Com’è possibile una simile vicinanza tra persone nell’attuale società? Come si può interagire in una realtà fatta d’indifferenza, d’individualismo e di relazioni fredde e materialistiche? Fenomeni come la rievocazione della transu-manza ci dimostrano che le nostre radici sono molto più semplici, che non possiamo cancellare né le nostre origini né  il nostro legame con l’ambiente e con i cicli della natura. Fortunatamente la società moderna si sta svegliando e sta dando sempre più importanza a ciò che sembrava perso: il folclore. E allora perché no? Ricostruiamo i tragitti dei pastori nomadi andando a scovare quali erano i tratturi (autentiche strade dell’antichità percorse da greggi e mandrie) da loro attraversati, sbirciamo dentro ai «giacci» (dimore rustiche utilizzate dai pastori e dal loro bestiame come ricovero) e, infine, cerchiamo di far rivivere questi mestieri!  Per il momento ci accontentiamo di risvegliare la memoria storica della comunità d’appartenenza, per il futuro chissà! Forse nei giovani potrebbe tornare la voglia di avvicinarsi alla montagna, agli animali e alla vita semplice dei nostri antenati!
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