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CONSERVIAMOLO SENZA TRAVISARNE «LE REGOLE»
Inviato da : admin Mercoledì, 22 Novembre 2006 - 15:39
Il dialetto:
CONSERVIAMOLO SENZA TRAVISARNE «LE REGOLE»
di Savino Pasquetti

Nella famiglia del mio bisnonno - tutti reatini fino al midollo - su sette persone sette parlavano in dialetto, in casa e fuori.
In quella di mio nonno - otto persone - otto parlavano in dialetto in casa,  due  dei quali anche  in italiano  fuori  e  con interlocutori importanti.
Nella famiglia di mio padre, su tre persone, due parlavano in dialetti in casa, raramente fuori, e la terza, che sarei stato io, diceva solo qualche parola in italiano in casa e parecchie fuori.
Nella mia famiglia, su quattro persone, quattro parlavano in italiano e solo qualche volta si lasciavano andare ad espressioni dialettali.


Questa statistica può estendersi tranquillamente a tutte, o quasi, le famiglie reatine di oggi, dandoci un’idea infallibile della progressiva decadenza del dialetto e del conseguente prevalere della lingua nella comunicazione.
Ma non per questo il dialetto si deve lasciar morire del tutto perché, come dicevo, è la più preziosa testimonianza, e quindi la storia stessa, della nostra etnia.
Scrivere dunque qualche volta, o anche spesso, in dialetto, ma bene, nel dialetto vero insomma, per conservarlo almeno come strumento, sicuro e non adulterato,  di studio, non soltanto linguistico, ma ambientale, caratteriale, etnico, sociale, culturale e chi più ne ha più ne metta.
Parlarlo anche, qualche volta, il nostro colorito, spigliatissimo e disinibito dialetto con chi lo conosce o lo ha conosciuto e praticato, per non lasciarne sbiadire la fisionomia, che sarebbero in definitiva le sue articolate strutture, i suoi inconfondibili suoni e le sue strascicate e talvolta lamentose cadenze.
Dissi nell’intervista del numero precedente che a ciò si arriva scrivendo soprattutto - scripta manent - di poesia, di teatro e, aggiungo, anche di novellistica o comunque di qualsiasi altro genere di prosa dialettale.
Chiunque perciò capisce che, se questa operazione non è ben fatta, ossia se non è fatta secondo le regole - eterne e immutabili - ma è fatta con superficialità e approssimazione, del dialetto non si conserverà neppure il ricordo.
Stiano   dunque   attenti   i   faciloni   che   con   troppa   di-sinvoltura italianizzano il nostro dialetto o lo rimpinzano di neologismi o lo infarciscono snobisticamente di terminologia straniera o trascurano o dimenticano le sue rigorosissime regole, specie quelle della fonetica, le quali ultime, se possono talvolta mascherarsi nel linguaggio orale, si riconoscono a prima vista nella grafia.
Su un’altra infelicissima operazione, che sta ormai diventando di moda, vorrei soffermarmi oggi, prima di dare il via ad altri contributi già intravisti o proposti, che vorrei dare a questa rivista, la quale mi sembra voler assumere aspetti, intenti e contorni di una certa serietà.
Il tema è scottante e riguarda il teatro. Vanno di moda, già da qualche tempo, la traduzione, la trasposizione, l’adattamento al nostro dialetto di opere teatrali di varie regioni o nazionalità, un vero suicidio per il nostro teatro dialettale.
La commedia dialettale reatina - non voglio parlare delle altre, ma credo che sia la stessa cosa - è concepita, pensata, sceneggiata, dialogata soltanto nel suo ambiente, altrimenti non appartiene a casa nostra.
La prima obiezione che ti fanno sapete qual’è? La più comoda e ipocrita: forse che noi italiani, per conoscere Ibsen, non lo traduciamo in italiano?
Ma bravi! Lo traduciamo in italiano, sì, ma mantenendo e rispettando l’ambiente, il costume, la trama, i dialoghi, le situazioni, i personaggi voluti da Henrik Ibsen, che non sono né italiani né tanto meno reatini.
O vorremmo trasferire «Gli spettri» dalle rive di un grande fiordo della Norvegia Occidentale a quelle del Velino?    E ancora farebbero ridere «II Mercante di Venezia» o «Le allegre comari di Windsor», di William Shakespeare, che si svolgessero in un mal mimetizzato vecchio quartiere reatino, con personaggi diventati magari tanti «Minicucci» e tante «Caruline».
La gente forse riderebbe lo stesso, ma voi avreste profanato il lavoro, importante o meno, di un altro e messo un pericoloso sonnifero nella ingenua disponibilità a divertirsi di sprovveduti spettatori.
Lo stesso avverrebbe con una trasposizione o un adattamento.
Qui il plagio e la deformazione si vedrebbero forse di meno, ma quella commedia pescata non si sa dove, senza troppa preoccupazione di scelta, non sarà mai ugualmente reatina, perché tra le sue pieghe spunterà a ogni svolta una situazione non schiettamente o unicamente «nostrana», un personaggio astratto e assai lontano da noi, un dialogo o una battuta che mai ci saremmo sognati.
Noi autori,  dico quelli della nostra generazione, non possiamo accettare questa trasgressione, questo svuotamento, questo ignobile travisamento perché noi la commedia in dialetto l’abbiamo sempre pensata, scritta, dialogata, sceneggiata tra le pietre della nostra Rieti, nei suoi vicoli e nelle sue piazze, tra le famiglie popolane che l’hanno resa gloriosa.
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