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Le «gesta» dei seguaci di S. Uberto
Inviato da : admin Mercoledì, 22 Novembre 2006 - 15:51
La caccia
Le «gesta» dei seguaci di S. Uberto
di Simona Di Giannantonio
In un’epoca in cui prolificano i gruppi ambientalisti e aumentano a dismisura le persone che bandiscono dalla propria dieta la carne, per non parlare di quella derivante dagli animali selvatici,sembra quasi anacronistico parlare di caccia come sport o come hobby.
L’argomento da vita ad un intenso dibattito tra i promotori dell’esercizio venatorio – fautori di un avvicinamento dell’uomo alla natura – e gli inibitori dello stesso – che aspirano al rispetto assoluto degli individui nei confronti degli altri esseri viventi.


Negli ultimi anni se ne è discusso molto ed è stato necessario sancire leggi che regolamentassero questo tipo di attività, sia per tutelare la fauna selvatica che per salvaguardare la sicurezza pubblica. Col passare del tempo il numero dei cacciatori si è ridotto di molto, tuttavia coloro che sono rimasti fedeli a questa tradizione vivono tale esperienza come una consuetudine da non poter abbandonare. Alzarsi la mattina all’alba, vestirsi con l’abbigliamento appropriato tale da non disturbare il verde dei luoghi frequentati, preparare il panino per riempire i vuoti provocati dal lungo peregrinare e partire quando la debole luce invernale non rischiara ancora la natura circostante, non è altro che un’usanza tramandata di padre in figlio e – per tale motivo – quasi un rituale magico.
Non si può certo tralasciare l’importanza del gruppo di caccia, la cosiddetta «squadra», essa è composta di persone che sono accomunate da un interesse, che trascorrono ore e ore a raccontare le proprie esperienze venatorie e i loro incontri ravvicinati con gli animali che popolano i boschi; basti pensare alle battute di caccia al cinghiale che vedono protagoniste generazioni di «hunters» (così vengono chiamati i cacciatori dagli inglesi) appartenenti a famiglie molto conosciute della nostra zona.
I cacciatori, riuniti intorno al fuoco del luogo di ritrovo, realizzano uno dei «miracoli» più antichi e indiscu-tibilmente importanti per l’umanità: la creazione di una comunità ristretta e, per questo, costruita su rapporti di reciprocità, privi di interessi economici e volti a condividere gli stessi sentimenti.
Certamente si può anche non approvare una simile passione, visto che i tempi sono cambiati e che il cacciatore di oggi non agisce più con l’intento di procurarsi del cibo per i propri congiunti, ma non si può neanche attribuire la colpa del lento degrado ambientale a chi pratica questo sport, altrimenti bisognerebbe mettere al bando il 99,9 % delle attività umane.
L’aumento della popolazione, l’ur-banizzazione selvaggia, i massicci disboscamenti e l’inquinamento sono i maggiori responsabili del male che affligge il Pianeta Terra e, purtroppo, sono tutti riconducibili ad un unico colpevole: l’uomo.
In definitiva, ciò che la società civile non può e non deve permettere è l’eccesso, il fanatismo che attraverso i secoli ci ha portato a distruggere le realtà più belle e ci ha dato la convinzione che ogni creatura e ogni singola presenza vitale sulla Terra sia un’esclusiva creata per l’uomo e per i suoi bisogni. La realtà è un’altra, ogni essere vivente esiste in quanto tale e, pur facendo parte tutti di una grande catena alimentare, non si può oltrepassare il limite dell’immoralità.
Per quanto riguarda la caccia occorre agire in maniera risoluta contro i bracconieri la cui unica finalità è di apporre la parola «fine» a tutto ciò che ci circonda, senza preservare alcunché. In passato come in futuro sono esistiti ed esisteranno sempre gli estremismi ed è nei confronti di questi atteggiamenti che la collettività deve praticare la vera «caccia».
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