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Un villaggio medievale scomparso
Inviato da : admin Mercoledì, 22 Novembre 2006 - 16:08
Lisciano e dintorni
SAN CATALDO:
un villaggio medievale scomparso

di Alberto Dionisi
San CataldoL’antico abitato di San Cataldo sorgeva in posizione dominante lo stretto imbocco della valle di Lisciano, sopra la rupe detta lo Scoppio. Dell’originario nucleo abitato oggi rimane solo il nome,  ancora attribuito ad un fondo in località Ferone dove spesso i contadini, arando, hanno portato alla luce frammenti di laterizi, residui di antiche costruzioni.
Secondo  una vecchia tradizione il villaggio di San Cataldo concorse alla fondazione del comune di Cantalice poco dopo la quarta discesa di Federico I Barbarossa in Italia, verificatasi tra gli anni 1166 e 1168.
Questa unione fu fatta da otto piccoli villaggi: Valle, Tagliata, Cerreto, Rocca Cristiana, Rocca di Sopra, Rocca di Sotto, San Liberato e San Cataldo; i primi sette, o quello che ne rimane, sono ancora oggi compresi nel comune di Cantalice.


Che l’abitato di San Cataldo costituisse uno dei nuclei fondatori della nuova comunità sembra dimostrato dal fatto che fino al XVII secolo il santo di cui porta il nome fu tra i patroni del paese.
S. Cataldo fu un monaco irlandese del VII secolo; educato nel monastero di Lismore, uno dei centri di irradiazione della cultura cristiana d’Irlanda, vi fu maestro. Fu anche vescovo di Rachau, sede episcopale di difficile identificazione, forse Shanraghan, nel South Tipperary. Sulla via del ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa fece naufragio sulla costa pugliese; a Taranto fu acclamato vescovo; resse la diocesi con energia, sviluppando una intensa opera riformatrice. Tutta la sua vita è, però, storicamente poco documentata, tanto che molti studiosi negano che sia mai stato realmente vescovo di Taranto. Il santo monaco sarebbe solamente morto a Taranto; fu sepolto nella cattedrale e, col tempo, dimenticato. Nel secolo XI, durante i lavori di ricostruzione dell’edificio, fu ritrovato il suo corpo. Il culto si diffuse rapidamente, sostenuto dai sovrani normanni, particolarmente nell’Italia centrale e meridionale. Paesi e villaggi, in tutta la penisola, portano il suo nome. Si festeggia il 10 maggio.
Per essere annoverato tra i castelli fondatori di Cantalice, fornendo anche uno dei patroni, il paese di San Cataldo doveva avere una certa consistenza; sorgendo sul bordo meridionale di un altopiano che lo congiunge alla montagna di Cantalice, il villaggio portò alla nuova comunanza una parte certamente consistente delle terre del pianoro, soleggiate, sufficientemente fertili, ben protette da frane e alluvioni; per la sua posizione sovrastante l’ingresso della valle di Lisciano il paese controllava
l’accesso alle mulattiere che, provenendo dalla piana, attaccavano il massiccio montuoso del Terminillo da Sud, costeggiando il fosso, verso gli alti pascoli della montagna e l’altopiano leonessano.
Il nostro villaggio e i territori circostanti appartennero per lungo tempo a un’unica entità statale, il ducato di Spoleto, che comprendeva gran parte dell’Italia centrale; nel 1144, a seguito della conquista della regione a opera di re Ruggero II d’Altavilla, entrarono a far parte del regno normanno. La conquista li separò da Rieti che, dopo un lungo assedio, la distruzione e la successiva ricostruzione, entrava nell’orbita dello Stato della Chiesa.
I sovrani normanni, svevi e angioini che si succedettero al potere svilupparono una costante politica di inca-stellamento, riunendo le popolazioni  sparse lungo i confini in centri più consistenti e ben difendibili; Accumuli fu fondata nel 1211, l’Aquila a metà del Duecento, Città Reale nel 1261, Leo-nessa, col nome di Gonessa, nel 1278, Posta (Posta Reale) nel 1298 e Citta-ducale nel 1311.
Cantalice era già esistente al tempo del Barbarossa, come attestano numerosi documenti; non si trattò, quindi, di una fondazione dal nulla. Si accrebbe, però, concentrando popolazioni e territori dei paesi vicini, come  in sostanza dice anche la tradizione, in accordo con la politica di messa in sicurezza dei confini sostenuta dal potere regio.
Calata la frontiera tra Stato ecclesiastico e Regno, iniziava un lungo periodo di scontri confinari, combattimenti sanguinosi, rappresaglie, accordi temporanei e tentativi di sottomissione che si trascinarono fino al XVII secolo.
San Cataldo, trovandosi ai limiti delle zone contese, sul confine dell’Abruzzo Ulteriore Secondo, nel circondario di Cittaducale, ne subì pesantemente le conseguenze: «… alli 30 di gennaio dell’anno venente (1391), in compagnia di alcuni soldati da lor (i Reatini) stipendiati, andorno di notte alla villa Categna, a villa Santo Catallo e  Santa Rufina, dove ferno da cinquanta omini e sedici donne prigioni de quali ammazzorno due per esser can-taliciani.
E il giorno venente andorno ad assediar Civita che, avedutisi di non poter far nulla per esser gagliardamente difesa, lasciorno l’assedio e nel ritirarsi vi restorno cinque prigioni di loro; e ogni giorno quasi, or dall’una banda, or dall’altra, si faceano scorrerie non sensa notabil danno d’ambo doi le parti. Finché poi, alli 16 di Aprile, fu di nuovo fatta la pace e resi scambievolmente tutti li prigioni, la quale durò fino nell’anno 1393». (S. Marchesi)
Incidenti si verificarono anche prima di questa data: sul finire del 1392, alcuni saccomanni reatini, tornando alla loro città, saccheggiarono l’abitato di San Cataldo. L’aggressione dei sacco-manni, ausiliari al seguito delle solda-tesche, addetti alle salmerie e al saccheggio, provocò una grave crisi nei rapporti, già tesi, tra le due comunità; per evitare che la situazione precipitasse si fece ricorso, sia da parte di Rieti che di Cittaducale, all’arbitraggio di Lippo Mareri, Signore di Petrella Salto, della potente famiglia feudale del Cicolano,  comune amico delle due città, per la risoluzione del caso. Lippo Mareri, riconosciute le giuste ragioni dei Civitesi, sentenziò a loro favore, stabilendo che Rieti pagasse un risarcimento di danni per un ammontare di 150 ducati d’oro.
Il 9 febbraio 1393 il rappresentante di Cittaducale Bonomo di Coletta chiuse la questione accettando un indennizzo di 135 ducati d’oro, somma che gli fu liquidata  in monete d’argento.
Alcuni documenti ci informano sulle chiese di San Cataldo: all’inizio del 1402 don Marzio di Angeluccio di Cantalice, per conto di don Nicola di Biagio rettore di S. Maria de Villa S. Catalli, presentò una supplica al vescovo di Rieti affinché concedesse ai massari di quella villa l’erezione di una cappella nei pressi di Cantalice, in località lu Vallone; il vescovo concesse l’autorizzazione.
L’anno seguente l’abate titolare di S. Croce di Lugnano locò  i terreni pertinenti  al beneficio di San Cataldo in contrata Ravignana, a lu peschi di Sanctu Catallu, a la razactharia, a lu Schioppu e supra formam Cerreti.
Nel 1412 probabilmente sussistevano due diverse realtà ecclesiastiche a San Cataldo, essendo documentata, oltre alla precedente, anche la rettoria di S. Giovanni, con un altro titolare. (A. Di Nicola).
Nel XVII secolo il paesino aveva la  parrocchia intitolata proprio a S. Giovanni; i battesimi venivano, però, celebrati nella chiesa di S. Andrea, ai piedi della torre della rocca di Cantalice, dove si trovava l’unico fonte battesimale per tutti i parroci del comune.
Questa parrocchia nel XVII secolo sopravviveva solo di nome; forse aveva ancora un proprio rettore ma non disponeva più di una chiesa  e le funzioni sacre si svolgevano in quella di S. Maria del Popolo, nel centro storico di Cantalice, all’altare di S. Michele Arcangelo, che condivideva con Cerreto e Rocca Cristiana.
Gli edifici ecclesiastici dovevano essere andati in rovina molto prima del finire del secolo XVI se nella Relazione ad limina del vescovo di Cittaducale Valentino Valentini del 5 luglio 1590 non vengono citati nemmeno tra quelli che svolgono le loro funzioni nella chiesa di S. Maria del Popolo che sono: S. Angelo di Cerreto, S. Angelo del Vallone, S. Nicola di Tagliata, S. Angelo di Rocca Cristiana. Probabilmente la parrocchia di S. Giovanni conservò per un certo tempo la cappella di S. Angelo al Vallone, detta anche di S. Giovanni al Vallone, poi anch’essa rovinata.
L’unione in S. Michele Arcangelo è confermata da una delibera del Comune di Cantalice del 3 settembre 1811, contraria alla rettifica della linea di confine che sottraeva la «villa» a Cantalice per assegnarla al comune di Lugnano: «Con la nuova linea viene incluso entro il territorio di Lugnano il locale detto S. Catallo, uno degli otto componenti questo Comune, per cui si tolgono molte famiglie non solo al comune che ha avuto il diritto d’imporci la fida sugli animali, e altre tasse civiche, ma benanche alla Parrocchia di S. Angelo, che vi ha fin qui esercitato il dritto e le funzioni parrocchiali».
Fino a pochissimi anni fa il fondo agricolo attualmente denominato San Cataldo risultava ancora di proprietà della parrocchia di Cantalice.
Nel 1811, attuandosi il nuovo catasto voluto dall’amministrazione murat-tiana,  il controllore Tolotti, a motivo de-lla eccessiva vicinanza, discostava la linea del confine comunale da Lisciano, includendo il territorio di San Cataldo.
Malgrado le proteste di Cantalice, tre anni più tardi San Cataldo col territorio circostante veniva definitivamente sottratto a quel comune e unito a Lugnano, di cui Lisciano era una «villa». Poco o nulla, però, doveva ormai rimanere dell’antico nucleo abitato.
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