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«Musi sporchi» a Marcinelle
Inviato da : admin Sabato, 20 Gennaio 2007 - 07:25
Storie di emigranti della nostra terra: Giuseppe Fabri
«Musi sporchi» a Marcinelle

Così erano chiamati, con disprezzo, gli italiani che tra la seconda metà degli anni quaranta e la prima metà degli anni cinquanta emigrarono numerosissimi per andare a lavorare nelle miniere dei bacini carboniferi del Belgio: uno di loro era Giuseppe Fabri, nato a Vazia nel 1925. La sua era una famiglia piuttosto numerosa anche per quei tempi: oltre al padre Domenico e la madre Laura D’arcangelo, aveva altri quattro fratelli, Annita, Lucia, Olindo e Giocondo e la loro vita non doveva certo essere agiata, soprattutto dopo la guerra. Poi Giuseppe notò i manifesti che pubblicizzavano, per chi fosse andato a lavorare nelle miniere belghe, una vita migliore, stipendi allettanti, assegni familiari, un’abitazione. 

Anche lui pensò che fosse un sogno, pensò di poter cambiare la sua vita e quella della sua famiglia.
Nel giugno del 1946 il governo italiano e il Belgio avevano infatti stilato quello che prese il nome di «accordo uomo-carbone»: per rilanciare l’industria l’Italia, in cui povertà e disoccupazione erano impressionanti, aveva bisogno di carbone, mentre in Belgio, ricco di miniere, scarseggiava la mano d’opera. I termini dell’accordo prevedevano che almeno mille minatori italiani ogni settimana emigrassero per lavorare nei cinque bacini carboniferi della regione mineraria belga. In cambio il Belgio avrebbe garantito all’Italia, per ogni lavoratore, 200 chili di carbone al giorno.
Giuseppe decise quindi di partire e trovò lavoro nella miniera di Bois du Cazier, a Mar-cinelle. Quello che i manifesti pubbli-cizzavano però, si rivelò un inferno: trattati come schiavi, i lavoratori in miniera erano costretti a scavare carponi, in cunicoli di appena 50 centimetri di altezza. Le case promesse si rivelarono essere le baracche dove erano imprigionati i soldati russi durante l’occupazione nazista, in lamiera, col pavimento di terra battuta e ancora circondate dal fil di ferro.
Nel 1952 Giuseppe decide di tornare a casa, la mamma è gravemente malata e forse lui non ce la fa più a fare quella vita. Il giorno prima della partenza però, anche se non è più di turno, scende ancora una volta in miniera per sostituire un compagno malato. Durante il lavoro nella galleria si diffonde l’allarme: c’è una fuga di gas. Nessuno sa se sia vero, tutti cercano di risalire, di raggiungere l’uscita e la salvezza, ma durante la fuga una trave cede sotto i piedi di Giuseppe, che precipita e muore.
In quella stessa miniera dove erano finite le speranze di Giuseppe Fabri, quattro anni dopo, l’8 agosto del 1956, altri 262 minatori, dei quali 136 italiani, troveranno la morte nella «tragedia di Marcinelle», un disastro che in pratica segnò la fine dell’emigrazione italiana in Belgio.
Dal 2002 la miniera di Marcinelle è diventata un museo, per mantenere vivo il ricordo di tutti coloro che vi hanno perso la vita. Quest’anno, nel cinquantesimo anniversario della tragedia, anche il ciclismo ha voluto rendere omaggio a tutti coloro che in quelle gallerie hanno perso la vita: l’arrivo della prima tappa del Gi-ro d’Italia, che si è svolta in Belgio, è stato proprio a Marcinelle.
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