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Tra utopia e... speranze possibili
Inviato da : admin Martedì, 23 Gennaio 2007 - 14:52
Tra utopia e... speranze possibili
Cari amici lettori,
è una specie di lettera aperta che vi indirizzo.
Ho appena conosciuto Giuliano Rossi, direttore della rivista e subito ci siamo trovati d’accordo su tutto o quasi. Non capita spesso e così colgo tale occasione per conoscerci meglio per dialogare.
Eravamo incerti sull’argomento da scegliere per l’articolo e quando Giuliano mi ha dato «carta bianca» non ci ho pensato più ed eccomia voi, in silenzio, percorrendo i viali del borgo di Rieti le idee si sono pettinate di sole, le parole si sono allacciate tra loro, gli aggettivi si sono autolucidati, i ricordi hanno bussato alla porta, la nostalgia - da un’altra parte - l’ha fatta da padrona ed eccoci qui.


Se vi dicessi che vi conosco tutti, se vi dicessi che conosco tutti i vostri volti non mi credereste: eppure è così! Le ragioni e le sinergie di chi vuole e sa confrontarsi, rincontrarsi e dialogare (fuori e dentro se stesso) consapevole dei propri limiti e delle proprie difficoltà sono sempre le stesse, sempre uguali a se stesse, sempre straordinariamente orientate alla ricerca di ciò che può unire (rispetto a ciò che può dividere).
Questa ragioni, unite alla potenza aggregante del desiderio di espandere la propria personalità in ogni direzione, identifica (anche se solo per il tempo necessario alla lettura di poche righe) l’appartenenza di tutti e di ciascuno ad una stessa identità comunitaria comune (non propria, attenzione) che si libera, immediatamente, in tal modo da una soggezione individuale per tentare, uscendo da sé verso l’altro di iniziare, continuare, un faticoso cammino con l’unico «regalo» (ricevuto e restituito) dell’orgoglio, dell’arroganza ma anche della profonda umiltà del legame costituito, appunto, dal quel dono appena ricevuto e contraccambiato.
Comprendo bene che tale avvio (tale «incipit») può sembrare per molti molto complesso ma confidiamo nella grande nostalgia di speranza che non ci fa accontentare della mentalità corrente così legata a concetti di breve respiro che dalla nostra piccola terra (fatta di «carline» e «mini-cucci» come dice Savino) vuole abitare la speranza del domani.
Natale è vicino: quanta gioia a portata di mano, quanti profumi e quanti colori propri tra i nostri vicoli si moltiplicano e ci avvolgono.
 Rieti, il suo borgo è per me un presepio permanente non solo in questa stagione. Qui sembra essere più facile comprendere come possa essere possibile l’incontro tra gli umili e i potenti, tra i pastori e i sapienti che non significa altro che la partita tra il bene ed il male non attribuisce punteggi, non che significa altro che se qualcuno vuol sapere, vuol conoscere il «potere della bontà» è questo un momento particolarmente idoneo a sperimentarlo.
Sappiamo tutti sin troppo bene come non possa essere il colpo di una bacchetta magica a dire «stop» a tanta violenza, a sin troppe contraddizioni che caratterizzano le nostre stagioni.
Oggi siamo abituati a vedere trasferiti, per esempio, a Palazzo Chigi, gli incontri tra Governo e Sindacati per la possibilità di trovare accordi. Un tempo, per molti di noi ancora troppo vicino…, era San Tommaso a mediare tra le opposte ragioni: direzione di marcia, dialoghi, confronti, orientamenti, verifiche dovrebbero indurci a ritenere che i tempi dell’attesa dovrebbero essersi, invece, nonostante tutto, piuttosto maturati per non dover essere raccolti: «logos» e dialogo si continuano a confrontare e sullo sfondo l’«apologia» ed il diabolico sono pronti a dare le loro (diverse) risposte a chi volesse interpellarli: bisogna però resistere, non temere che le minacce prevalgano (è minaccioso chi è minacciato!)
Cari lettori, siamo – ancora – ben consci e ci sembra, quasi, di ascoltare chi si sussurra come non possa essere un sia pur nobile territorio rea-tino, con la sua collocazione ambientale, la ricchezza della sua urbanistica, la spiritualita dei tanti itinerari di «accorciare le distanze» a creare condivisione e a dar voce, quindi,a coloro ai quali spesso è negata.
È, questa appena delineata, una pretesa piena di incertezze perché così spesso la Storia ha le sue «dure repliche» che contrappone agli entusiasti tra i moderni che stanno, pur sempre, compiendo quell’attraversamento per essere sempre più vicini all’una più che all’altra sponda.
Grandi prove, dunque, ma anche grandi speranze tutte così incomplete, indefinite, talora, anche scontate ma che non scoraggiano, anzi incoraggiano l’audacia  (a rischiare), l’impegno (nella competenza specifica) il silenzio (quando si ignora), insomma, al costruire, al guarire (seppur da una «malattia» mai avuta) alla gioia – insomma – contro le tentazioni nullificanti.
Un invito, quindi, dalla piccola realtà nella quale viviamo ad irrobustire le speranze del proprio agire limitandosi, per esempio,  a far si che la dimensione della giustizia non perda di vista – contemporaneamente -  la necessità di accogliere la fragilità umana con una ironia benevola che ne consenta di cogliere la complessità del «funzionamento».
Cari amici, ancora spunti – quindi – che – almeno così si spera – possano dare sostanza ad una sempre più vasta serie di rapporti che conduca all’adozione di un «paradigma dell’accoglienza» in alternativa a quello della sopraffazione e della conquista.
Ammiriamo la capacità di resistenza che caratterizza tanti soggetti così come le forze sociali nelle quali crediamo.
Un invito, quindi ad incontrarci, a creare consenso e convergenze dai quali così spesso siamo allontanati da dogmatismi, pessimismi, egoismi ancora non sufficienti a definirli vincenti per motivazioni ed atteggiamenti.
Tra le varie utopie (sulle quali, come ovvio bisogna ancora riflettere) si spera che l’uomo moderno maturo inserisca (e non espunga) una terza propensione almeno nella lotta alla miseria (dei poveri) ed all’egoismo (dei ricchi): più solidale, più essenziale, più vitale, più imperativa,  senza gara ed appiattimenti tra uomini e donne (queste sarebbero sempre perdenti) ma attraverso altre strade e più idonei e diversi privilegi e con lo sguardo alla società e ai nodi e difficoltà dell’America Latina, dell’India, della  Cina, dell’Africa così spesso da noi stessi accantonati certamente ancora – tra teoria e pratica – irrisolti in ambiti antropologici, sociali, culturali e religiosi e con esiti così incerti ma si spera anche senza prezzi troppo alti da pagare.
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