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Una notte di Natale
Inviato da : admin Sabato, 10 Marzo 2007 - 08:34
Viaggio nella memoria
Una notte di Natale
di Egisto Fiori

L'ultimo sole disegna i contorni lontani delle montagne. Solo il tempo di fumare una bionda in terrazza e il freddo farà sprangare le imposte d’ogni casa. L’aria è calma. Ancora una sigaretta ed il buio nasconderà la valle. Dai vicoli risuonano ancora qualche passo, una sigla di telegIornale e rumori di stoviglie.Dai comignoli, giunge l’odore accogliente della legna che arde nei camini sottostanti. Lontano dalle luci della città, dalla calca nei negozi per l’acquisto dei regali, dal traffico frenetico, qui in paese, il Natale, apparentemente più discreto, mostra il suo fascino più potente ed arcaico. All’orizzonte ora, tutto è ben presto divenuto più indistinto e lo sfregare di mani per il freddo richiama il gesto antico dell’accensione del fuoco per attrito.
Il sole, il fuoco... Nella mente si affollano teorie sul solstizio d’inverno, sui Saturnali, sul venticinque dicembre considerato il giorno della nascita del sole.
    

Con un enorme ciocco di legno tra le braccia, il nonno, un omaccione con baffi e bretelle, sale faticosamente dalla cantina della memoria. A pensarci bene, anche l’accensione del ceppo di Natale, era probabilmente in origine, legata al solstizio invernale. Era tradizione che il ceppo bruciasse nel camino fino alla dodicesima notte,quella dell’Epifania ed in alcune zone, si spargevano le ceneri nei campi come augurio di buon raccolto. Un improvviso colpo di tosse, dovuto all’abbassamento della temperatura, rompe il silenzio e mette improvvisamente fine ai ricordi e alle reminiscenze scolastiche. La finestra che guarda la vallata, è un pò malandata. Un colpetto d’assestamento aiuta la maniglia a fare il suo «mezzo giro». È bene chiudere anche gli scuri, per impedire al freddo d’infiltrarsi tra le fessure. All’interno della casa, nel calduccio della stufa a legna, ecco che  altri ricordi emergono in superficie ed odori lontani invadono la stanza della vecchia cucina. Sul tavolo, dalla scatola metallica appena aperta, si diffonde un inaspettato profumo di vanillina. Tra i ricettari pubblicati negli anni ’60 da un noto produttore di lieviti, spuntano, con grafia incerta ma leggibile, le vecchie ricette della nonna. Ravioli, melanzane alla parmigiana, torta Margherita e.....terzetti! Il ricordo corre di nuovo alle feste di tanti anni fa, quando tutta la famiglia si riuniva attorno al tavolo per le feste di Natale. 500 gr di miele; 500 gr di noci; 1/2 bicchiere di olio di oliva; un cucchiaio di strutto, pepe, buccia d’arancia a dadini; farina.  Sembra di vederla ancora, la nonna, tagliare con perizia le losanghe attorniata da nipoti, pronti ad approfittare di un sua distrazione, per rubacchiare dalla spianatora qualche bocconcino ai bordi dell’impasto. Dalla scatola di latta viene fuori anche un fogliettino, dove, con il lapis, sono segnati gli ingredienti della copeta. Se il ricordo non inganna, però, un chilo di noci, 700 grammi di miele, un pò d’acqua ed olio d’oliva risultano inutili, se a mancare sono pazienza e forza nelle braccia. Il rito culinario inizia infatti, con il  tritare finemente le noci  e versarle nel miele in ebollizione. E’ necessario mescolare di continuo perchè il composto non si attacchi al recipiente e finchè la massa diventi omogenea e più densa. Anche gli attrezzi di lavoro sono importanti. Mattarello e spianatoia, meglio se una lastra di marmo, vanno trattati preventiva-mente con acqua ed olio. Il composto versato sulla lastra va inizialmente, senza scottarsi, reso sottile con il mattarello. La sfoglia ottenuta è infine, tagliata a losanghe, che troveranno successivamente albergo tra due foglie d’alloro. Alla copeta si accompagnava qualche volta,anche uno scherzo che era costume giocare ai forestieri. Nell’offrire il dolce infatti, si induceva chi non era di queste parti, a mangiare il dolce con tutte le foglie. Ora tutto torna alla mente e volti, risate, giochi, proverbi. filastrocche si rincorrono sempre più definiti. «Oi, è Natale/ senza sordi se sta male/ pe’ lo bene che te voglio/ metti e mani a lu portafoglio/ e no voglio nè oro nè argento/ma ’na carta da cinquecento». Le ante del vecchio armadio a muro sono spalancate adesso, e un grosso e vecchio contenitore per il tonno è sul tavolino della cucina. Le statuine di gesso al suo interno vengono sistemate delicatamente, una accanto all’altra, sul legno irregolare del desco. Sembra un piccolo ospedale di Emercency. A chi manca un braccio, a chi le gambe... Il pensiero va al Natale degli altri, Natale di guerra e di sofferenza. L’occhio indaga inquieto, l’attestato scolorito appeso nella parete di fronte.
 «Attestato di legittimazione della croce distintivo rilasciato ai valorosi combattenti delle VIII e X armate di Vittorio Veneto a ricordo e riconoscenza. Milano 1924». Accanto, nella foto in cornice, il nonno, appena diciassettenne, in partenza per la guerra. Ancora sconvolto per il terremoto, che nel gennaio del ’15 portò lutti e distruzione, eccolo in divisa, qualche mese più tardi, fucile in spalla, in partenza per il fronte. Altri Natali, quelli, per la nostra gente...
Tra le statuine adagiate sul tavolo, un angelo si è salvato, così come un pastore con la zampogna.
Nella scatola di latta rossa sono rimasti anche un pò di carta argentata e qualche sassolino. Riecheggia nella mente, il vociare nel bosco dei ragazzi, alla ricerca di muschio, di bacche e di quanto potesse servire alla realizzazione del presepe.
C’è ancora qualcosa nel fondo della scatola e un sacchetto di tela grezza, immediatamente, rivela al tatto il suo contenuto.
Basta un leggero movimento e il frusciare dei tombolini di legno popola la stanza di cugini, zii, amici di famiglia. «Eccote lu tabellone. Meschia bene, mapperò!». «Ventidù, le carrozzelle... settantasette, le gambe delle vecchie... uno, pipino... venticinque, Natale...». Altri tempi, ma comunque, la tradizione di radunarsi durante le feste natalizie, per giocare e tentare la fortuna, resiste ancora oggi. Anche in questo caso, le ragioni profonde di questa e di altre consuetudini, sono da ricercarsi nella notte dei tempi , Nell’antichità infatti, il gioco d’azzardo, in particolare quello dei dadi, era sacro e spesso previsto solo in periodi particolari dell’anno. Un’altra usanza, ancor prima dell’avvento del cristianesimo, era quella scambiarsi al solstizio d’inverno, candele di cera o piccole statuine di terracotta. Quella dello scambio dei doni è una tradizione che sopravvive sin dai tempi del sole «invictus» ma se l’innesto del cristianesimo, ha rappresentato una vera rivoluzione, nella società dei consumi, ciò che era rimasto rimasto pressochè invariato nel corso dei secoli, ha subito modifiche forti e veloci. La memoria torna a qualche decennio or sono, quando i regali, nella notte della vigilia dell’Epifania, li portava, ancora la Befana. Babbo Natale,  infatti, non fa parte della nostra tradizione e, più di una ricerca lo confermerebbe, sembra arrivato dalle nostre parti insieme ad una nota bevanda americana. La Befana invece, con la sua scopa, con il suo caratteristico abbigliamento, con la sua proverbiale bruttezza, non può che essere una strega e ben s’inserisce nella nostra tradizione del fuoco, inteso non solo come rappresentazione del sole, ma anche come elemento purificatore. La notte della «Pasqua Epifania» era considerata nelle nostre campagne una notte magica, dove anche gli animali avevano il dono della parola.
«La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta», recita il proverbio. In quella notte, anticamente, gruppi di persone si radunavano in cortei e correndo per boschi e campi, facendo baccano e agitando fiaccole accese, scacciavano streghe ed altre entità malefiche. È plausibile che l’utilizzo di strumenti musicali potenti come la zampogna o nostre tradizioni come la «Pasquarella» abbiano a che fare anche con riti così antichi di purificazione.
 Ancora una volta, scorrono nella memoria volti noti di vecchi e ragazzi, con le gote arrossate dal freddo. È un gruppo di gente semplice che, alla luce di fiaccole e candele, raggiungendo nelle neve anche i casolari più lontani, bussa ad ogni uscio chiedendo vino e dolci.
«Felice notte, amici, felice Epifania! Noi pace ed allegria veniamo ad augurar. La stella ci conduce coi raggi suoi celesti,
a queste case, a questi alberghi di bontà. Apriteci le porte che è un pezzo che cantiamo, e tutti insiem beviamo a vostra carità. Se paste o confetture or dar non ci potete, almeno ci farete le labbra rinfrescar...».          
Si è fatto tardi ed il trillo di un telefono cellulare dissolve ricordi e riflessioni. La scatola di tonno, è di corsa tornata al suo posto con il suo contenuto e la scatola delle ricette è sparita in un cassetto. Le ante dell’armadio a muro sono di nuovo serrate. Nella stufa, tutta la legna è bruciata. Sul tavolo, restano un posacenere colmo di mozziconi, un bicchiere vuoto, una polverosa bottiglia di marsala.
Il click di un vecchio interruttore anticipa di poco lo sbattere di un portone. Dei passi, non più soli, risuonano nella nebbia.
In una tasca del cappotto,avvolti con cura in fogli di gionale, riposano un angelo e un pastore.
E lontano, forse, un suono di zampogna.
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