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Il fotografo

Cultura / n. 3/13 ORIZZONTI
Inviato da admin 09 Ott 2013 - 18:19

Mestieri scomparsi
Il fotografo
La parola fotografia deriva dal greco antico ed è composta dai termini phôs, luce, e graphè, scrittura o disegno. Quindi, fotografia significa «scrittura di luce». Con il grande fotografo siciliano Ferdinando Scianna, possiamo chiederci se con ciò si affidi alla luce il ruolo di soggetto o di puro mezzo, ma possiamo concordare sul fatto che l’espressione «scrittura di luce» sia una sintesi efficace che riassume una procedura complessa, basata su principi chimici e fisici, affascinante, da alcuni ritenuta in passato, addirittura «magica». 


Il fotografo è uno «scrittore con la luce» oppure un medium attraverso cui la luce scrive? Comunque la pensiate, di una cosa possiamo esser sicuri. Quello del fotografo è un mestiere difficile che implica non solo competenze complesse ma anche pazienza, sensibilità e doti artistiche. In qualche caso, si pensi ai «fotografi di guerra» o «sociali», è necessario avere anche abbastanza fegato,fiuto, ed empatia umana. Come disse il grande Eugene Smith: «A che serve avere una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?». Inoltre, non basta saper utilizzare un cellulare o una reflex per essere un fotografo e soprattutto per essere, poco importa se professionista o amante, un buon fotografo.
Nell’era dell’immagine, definire «vecchio» il mestiere del fotografo, può sembrare un ossimoro. In realtà, il cambiamento avvenuto nel corso del tempo, soprattutto con l’avvento del «digitale», ha trasformato radicalmente non solo questa professione ma l’intera vita di una enorme schiera di amanti della fotografia. Non solo. Quello del fotografo è uno dei mestieri che più hanno a che vedere con noi stessi e con l’immagine che abbiamo di noi e del mondo. Più che vecchio forse, dovremmo considerare il mestiere del fotografo «antico», visto che, tralasciando i numerosi tentativi precedenti, possiamo far risalire la nascita della fotografia ai primi decenni del IX secolo. La prima fotografia è infatti datata 1826 ed è stata realizzata da Joseph Nicéphore Niépce. Raffigura il panorama di Le Gras, visto dalla finestra della casa dell’autore, il quale impressionò la lastra dopo un’esposizione di otto ore. Venne poi monsieur Daguerre e i suoi dagher-rotipi. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d’argento. Seguì l’esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d’argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L’immagine non risultava visibile fino all’esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l’immagine.
I dagherrotipi erano molto delicati e venivano protetti da una lastra di vetro. Affiancarono ben presto il ritratto pittorico e per i membri dell’alta borghesia, diventarono un vero e proprio status symbol. Il resto, passando per le lastre, le pellicole e il digitale, è storia.
Esiste però anche la storia dell’immaginario che le ultime generazioni dell’umanità hanno avuto ed hanno, di se stesse, della loro epoca e del mondo. In questo, la fotografia, la stampa e il cinematografo hanno una importanza decisamente rilevante. A queste forme soggettive di rappresentazione della realtà, si sono aggiunte nel corso del tempo, la televisione , il web e le tecnologie informatiche in senso lato. È ormai chiaro a tutti che i media non rappresentano solo la realtà, ma sono uno strumento di trasformazione della stessa.
Nell’era delle reflex digitali e dei cellulari, alcuni nostri ricordi d’infanzia sembrano poco credibili. È passato solo qualche decennio ma allora, per ricostruire la propria storia, la propria immagine di bambino o bambina, si poteva contare solo sulle rare foto in bianco e nero, scattate dal genitore o dai parenti in momenti importanti della vita, o a scuola dal celeberrimo Rovinelli di «Foto Frasso». Chi ci ha preceduto invece, possedeva non di rado, solo la foto che lo ritraeva imbalsamato nell’abito di nozze, in quello di militare in partenza per il fronte, o nel gruppo di collegiali. Spesso erano fotografie di piccolo formato e qualche volta, come è successo nella mia famiglia, gli ingrandimenti venivano fatti realizzare negli Stati Uniti, grazie a parenti emigrati. Prima del secondo dopoguerra, non tutti potevano permettersi una fotografia. Era un lusso molto costoso e per chi abitava nei piccoli centri della provincia, farsi fare una fotografia, significava sovente, recarsi in città. Con il fascismo e con l’obbligo dei documenti di identità, ebbe un grande impulso la foto-tessera ma le difficoltà durarono comunque per lungo tempo. Alcuni dirigenti delle sezioni del fascio del Cicolano, ad esempio, venivano redarguiti in continuazione per aver emesso tessere prive di fotografie. Anche la macchina del regime che sulla radio, sulla fotografia e sul cinema, aveva fondato la sua opera di propaganda, scontava un’arretratezza di non poco conto. Il fotografo era una figura rara e, al pari di altri ambulanti, era solito recarsi nei vari luoghi abitati della provincia solo in ricorrenze speciali o basandosi sul numero di committenti. In genere, era provvisto non solo di apparecchiatura fotografica ma anche di fondali conformi alla moda del tempo e di oggetti di arredo. Esistevano anche «pannelli storici» grazie a cui, magari, il cliente si poteva far immortalare a bordo di una macchina volante protagonista dell’impresa di Fiume. Tra gli attrezzi del mestiere, c’erano anche spazzole e pettini, qualche volta anche la brillantina.
Non se ne abbiano i detrattori della «postproduzione» ma il ritocco fotografico, il fotomontaggio e la preparazione della «location» esistono dai tempi del dagherrotipo.
Con il dopoguerra, con l’avvento di nuove tecnologie e il cosiddetto «boom economico», le cose, non solo per la fotografia, cambiarono in fretta e anche nella nostra città, per sopperire alle nuove esigenze, nuovi studi fotografici si affiancarono a quelli storici. Quello di Rinaldi & Bernar-dinetti, di Italo Salvemme, e il già citato studio Foto Frasso, il cui titolare di origini marchigiane si era trasferito in Sabina, solo per fare qualche nome, divennero luoghi molto frequentati dai reatini sia per richiedere di immortalare matrimoni ed altri eventi familiari sia per commissionare lo sviluppo e la stampa dei rullini.
«Fate Ciiiiisss !» Almeno una volta all’anno «Foto Frasso», si recava nelle scuole per le foto di gruppo e qualche volta, verso la fine dell’anno, c’era la possibilità di farsi fare una fotografia con Babbo Natale. Anche durante le vacanze estive, intrepidi fotografi sfidavano le sabbie infuocate muniti non solo di apparecchiature, ma trascinandosi dietro anche gonfiabili, grandi pinocchi di legno, e qualche volta animali esotici. Anche il circo poteva essere occasione di lavoro. E vai con la foto con gli elefanti o le tigri! Un tempo,c’era molta ingenuità da parte dei clienti ma anche i primi ritocchi a colori dei fotografi, nell’epoca del Photoshop, oltre che a fare tenerezza, mostrano una perizia e una mano oggi difficilmente reperibile sul mercato.
La fotografia era cosa seria. Immortalava istanti di cui avremmo oggi solo una vaga memoria. Il ricordo fotografico, con la riproduzione seriale a basso costo, è entrata prepotentemente anche nel culto dei defunti. Alle croci con la sola data di nascita e di morte, si aggiunsero le fotografie dei cari estinti e spesso venivano inviati ad amici e parenti i cosiddetti «ricor-dini». È difficile oggi per noi pensare ad una realtà umana senza fotografia e forse perché non solo ci ritrae ma in qualche maniera, ci somiglia. «La memoria – ha scritto Milan Kundera – non fa un film, la memoria fotografa».
di Egisto Fiori

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