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Reperti archeologici a Colle di Tora

Documenti / n. 3/13 ORIZZONTI
Inviato da admin 09 Ott 2013 - 18:37

Su alcuni reperti archeologici a Colle di Tora
Abbiamo avuto modo d’interessarci più volte dei reperti    archeologici rinvenuti sull’alto delle montagne nel territorio di Collepiccolo, attuale Colle di Tora.
In particolare la nostra attenzione si è soffermata su un gruppo di abitazioni trogloditiche raggruppate a formare un villaggio sulla sommità del monte che separa la Valle del Turano ed in particolare Colle di Tora da Poggio Moiano, Monteleone  e la Sabina Tiberina, posto nei pressi di un valico cui confluivano un certo numero di antiche vie usate per la Transumanza: i tratturi che fu chiamato Castrum Pizi.


Abbiamo avuto modo di ricordare come la stranezza del nome derivi da quello dell’antico dio oracolare degli antichi Sabini: Pico dai cui responsi, dati sull’alto di questi monti, regolavano molte delle loro azioni.
L’attenzione dell’estensore di queste note fu attratta da una particolarità inaspettata: ai due estremi dell’insediamento, descritto in altra sede (1), costituito da un certo numero di abitazioni semi trogloditiche, erano presenti i resti di due costruzioni di significato opposto: da un lato un tumulo di chiara impronta pagana perfettamente conservato e dall’altro pochi resti, ma chiaramente evidenti, di una chiesa cristiana descritta nei documenti farfensi ed in quelle della Curia reatina come «S. Leonardo da Pizo qua est caput S. Victoria da Monte Leone» (2) non molto lontano dalla quale esisteva un’altra chiesa dedicata a S. Giovanni «de Pizo apud montm Leonrm» descritte fino oltre la metà del sec. XV.
Pertanto, visto lo stato di perfetta conservazione (ancora oggi) del tumulo autorizza a ritenere che sia la chiesa che il tumulo fossero fatti oggetto di culto contemporaneamente, cosa assolutamente non infrequente, poiché, specialmente nelle aree più periferiche, fenomeni di  riuso di antiche strutture sacre e loro trasformazione in chiese cristiane ed anche casi d’ibridazione cultuale si sono verificati con una certa frequenza agli inizi della diffusione dei nuovi culti che spesso si sono intrecciati, all’inizio, con gli  antichi culti  tributati agli dei del passato fortemente radicati nel comune sentire della gente. Nella Valle del Turano si possono rinvenire chiese cristiane che hanno preso il posto di antichi templi pagani, ricordiamo per esempio, il caso di S. Elena in Lumbriculo presso Belmonte descritto dall’Arch. Andrea Acchio-ni, di S. Giovanni in Fistola presso Collalto e di S. Michele Arcangelo presso Montorio in Valle, ma nessun caso è stato descritto di luoghi di culto pagani e cristiani contemporaneamente in uso.  
Ulteriori osservazioni hanno consentito di  reperire, non lontano da questo insediamento, un manufatto litico consistente in un blocco di pietra calcarea  irregolarmente cubico dalle pareti  regolarizzate in maniera grossolana, dell’altezza di circa un metro che sulla superficie superiore rozzamente spianata, ma in leggero declivio verso l’esterno, presenta un incavo dal quale si diparte una scanalatura, un canalicolo che scende, inclinato verso il basso, fino a perdersi nella parete esterna del manufatto.
Il blocco di pietra, presso il bordo superiore all’estrema sinistra le incisioni descritte.
L’aspetto d’insieme di questo singolare reperto fa sorgere l’idea che possa trattarsi di una rustica, antica ara sacrificale di un paganesimo di campagna, ben lontano dai pregi artistici di consimili strutture cittadine, che l’impietoso rovinio del tempo abbia reso ancora più rustico il suo aspetto rendendolo simile agli hierones pelasgici, semplici rocce affioranti dal terreno di frequente riscontro nei dintorni di Tivoli che furono modello delle are successivamente erette dai Romani la più antica delle quali, l’Ara Maxima di Ercole «venne realizzata con pietre sbozzate» (Lanciani).
La vicinanza di questo reperto al tumulo di cui si è fatto cenno, la sua posizione «in cacumine montis», pongono ulteriori interrogativi di non semplice risposta acuiti dalla scoperta di un altro reperto, già segnalato (3), non lontano e più vicino dei precedenti ad una plaga naturale detta in dialetto locale «u Busciu ell’ortacciu» (il buco dell’ortaccio), sulla quale i vecchi paesani raccontano confuse storie.
Si tratta di un altro masso di pietra calcarea, una pietra piuttosto comune nella zona, eretto ai bordi di un’area di modesta grandezza, grosso modo rotondeggiante  del diametro di circa 3metri, a suo tempo spianata artificialmente ed ora nuovamente invasa da vegetazione. I contorni  sono bordati da grosse pietre disposte a segnare un confine netto  rispetto allo spazio circostante.                                                                                   
Il masso, più al naturale rispetto al precedente, si avvicina ancor più ai già ricordati Hierones dell’area tibur-tina, colpisce per una singolare particolarità: reca incisa sulla faccia grossolanamente lavorata rivolta verso il piccolo spiazzo antistante, una rozza incisione a forma di croce latina di 40 centimetri per il tratto verticale  e 35 quello orizzontale.
 Il sito della Ripa Crociata (con un poco di fantasia si riesce a distinguere la rozza croce, non si vede lo spazio pianeggiante antistante delimitato da grosse pietre).
 L’insieme di tali reperti, e quest’ultimo in particolare, confermano l’impressione che possa trattarsi di elementi che narrano di una lunga sopravvivenza di culti pagani nell’era cristiana che vanno ben oltre quanto si è sempre saputo in proposito, ma limitati ai primi secoli della nuova era, poiché sia il tumulo che l’ara e questa inquietante Pietra Crociata, parlano chiaramente di culti antichi ancora seguiti quando ormai il cristianesimo era nel pieno della propria vita, come dimostrano la presenza certa, fin in questo sperduto lembo di terra sabina, di ben due chiese, l’una all’interno dell’insediamento e l’altra di poco più lontano.
È molto suggestivo ritenere che questa Pietra, vista nel suo originario contesto di una piccola radura ben delimitata a costituire uno spazio sacro, certo legato ai rituali campestri dettati dalla necessità pratica di ottenere il favore della Divinità, in questo caso, forse, Tellus la protettrice della terra feconda rappresentata dalla pietra grezza quasi sorgente dal terreno, che più che sulle vette, regno di Giove, elargiva la sua potenza produttiva nelle terre coltivate nelle pianure e nelle radure. Questo potrebbe essere il primitivo significato del masso calcareo dominante la breve radura artificialmente pianeggiante e ben delimitata ove gli antichi abitanti, se l’ipotesi è reale, recavano le loro offerte alla dea.
Più tardi, quando, ormai, il cristianesimo regnava incontrastato e degli antichi culti non era rimasto che un lontano ricordo svuotato di ogni significato, qualcuno, in un giorno imprecisabile  ha voluto allontanare qualunque possibilità che l’antica divinità potesse nuocere (spesso il popolino lo riteneva) incidendo il simbolo della Vera Fede.
Questi reperti, insieme ad altri, tra cui un pregevole (?) sarcofago istoria-to che, si dice siano stati rinvenuti nelle immediate vicinanze dell’attuale abitato, dimostrano la remota antropizzazione di questo tratto della Valle del Turano.
di Pietro Carrozzoni

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