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Musica nel monastero di S. Chiara

Cultura / n. 3/13 ORIZZONTI
Inviato da admin 09 Ott 2013 - 18:41

Organo e musica nel monastero di S. Chiara
L’organo secentesco
Per solennizzare le feste liturgiche, anche le monache di S. Chiara, come altre comunità monastiche, si dotarono di un organo. Possiamo ipotizzare che il primo vi fu istallato poco dopo aver terminato la costruzione della chiesa attuale, che va dal 1570 all’inizio del ‘600.
Ma bisogna giungere al 1649 per trovare il primo documento. 

Quell’anno il monastero incaricò l’ebanista Salvatore Porrina (I) di costruire appunto la cassa per l’organo e forse anche la cantoria. Organo e cantoria che però non stavano dove sono ora, ma sopra la porta della sagrestia, come si evince da una carta del 1723, nella quale si legge che, «stando per cadere il capo altare», le monache ottennero di spendere 300 ducati per rifare il retro altare e costruire nel coro della chiesa, dietro l’altare appunto, un organo per comodità dei musici in occasione di feste:
«retrum altare … nec non costruendi in choro ipsius ecclesie, a tergo eiusdem altaris, organum pro commoditate musicorum occasione festivitatum».
E i musici all’epoca praticavano il monastero soprattutto in occasione di vestizioni o monacazioni di ragazze nobili, quando si sfiorava certamente l’aria e lo sfarzo delle feste mondane.
I documenti ricordano che nel 1715, per la professione della «nobile sabinese» Anna Teresa Amici, fu eseguito in S. Chiara un oratorio in due parti e a quattro voci di cui non si conoscono autore e soggetto. Gli interlocutori o personaggi in scena erano quattro: Amor Divino, Innocenza, Penitenza, Piacere. L’incipit: «Vengo a voi chiostri romiti».
Tornando all’organo, forse lo stesso strumento, spostato nel 1723 nella cantoria dell’abside, o uno diverso e nuovo, otto anni dopo (1731) fu indorato, insieme con il capoaltare e il coro, come si legge in un libro di spese del monastero:
«Nel mese di giugno 1731 fu indorato il capoaltare e colorite le quattro statue, come ancora fu indorato il coro, organo» ecc.
L’organo Fedri-Mastrangeli
Ma neppure vent’anni più tardi, si vende il vecchio e si fa il nuovo organo ad opera del famoso Adriano Fedeli-Fedri. Lo documentano una carta posta all’interno della segreta dello stesso strumento e una notazione di spesa del monastero, che sostanzialmente dicono la stessa cosa, anche se le date non sono identiche. Nella carta si legge:
Io Adriano Fedeli feci in Rieti A[n]no Do[mi]ne [sic] 1748.
Dalla nota di spesa apprendiamo altri interessanti particolari. Dice infatti:
«Si fa ricordo come nel presente anno 1749, essendo ministra la madre suor Angela Ludovica Gentili da Rieti, fu fatto nella nostra chiesa il novo organo, compito [= completo] di trombe, alabue [= oboe], arpa, cornette, rosignolo e cucco, l’artefice del quale fu il signor Adriano Fedele, e fu pagato duecento quattordici scudi e bai novanta. Di più gli fu fatta la sua cassa con tutti gli ornamenti da maestro Salvatore Porrina e fugli pagato scudi 98,16. Di più si slargò l’orchesta, colla aggiunta di due coretti e fu dato a mastro Giovanni scudi cinque bai 86. Per oro e indoratura ed altro sc. 69 (?), che in tutto somma scudi 429,61. Qual somma proviene dal organo vecchio [venduto o valutato] scudi 42».
L’informazione è completa: l’organo fu costruito da Adriano Fedeli e pagato in tutto 429 scudi, la cassa fu fatta da Salvatore Porrina (III), la cantoria o orchestra precedente fu ampliata da un certo mastro Giovanni coll’aggiunta di due coretti, le parti da indorare furono dorate e, infine, dalla vendita del vecchio organo si ricavarono 42 scudi.
Salvatore Porrina di Rieti, che chiamo “III” per distinguerlo dai suoi omonimi dellL’organo secentesco
Per solennizzare le feste liturgiche, anche le monache di S. Chiara, come altre comunità monastiche, si dotarono di un organo. Possiamo ipotizzare che il primo vi fu istallato poco dopo aver terminato la costruzione della chiesa attuale, che va dal 1570 all’inizio del ‘600.
Ma bisogna giungere al 1649 per trovare il primo documento. Quell’anno il monastero incaricò l’ebanista Salvatore Porrina (I) di costruire appunto la cassa per l’organo e forse anche la cantoria. Organo e cantoria che però non stavano dove sono ora, ma sopra la porta della sagrestia, come si evince da una carta del 1723, nella quale si legge che, «stando per cadere il capo altare», le monache ottennero di spendere 300 ducati per rifare il retro altare e costruire nel coro della chiesa, dietro l’altare appunto, un organo per comodità dei musici in occasione di feste:
«retrum altare … nec non costruendi in choro ipsius ecclesie, a tergo eiusdem altaris, organum pro commoditate musicorum occasione festivitatum».
E i musici all’epoca praticavano il monastero soprattutto in occasione di vestizioni o monacazioni di ragazze nobili, quando si sfiorava certamente l’aria e lo sfarzo delle feste mondane.
I documenti ricordano che nel 1715, per la professione della «nobile sabinese» Anna Teresa Amici, fu eseguito in S. Chiara un oratorio in due parti e a quattro voci di cui non si conoscono autore e soggetto. Gli interlocutori o personaggi in scena erano quattro: Amor Divino, Innocenza, Penitenza, Piacere. L’incipit: «Vengo a voi chiostri romiti».
Tornando all’organo, forse lo stesso strumento, spostato nel 1723 nella cantoria dell’abside, o uno diverso e nuovo, otto anni dopo (1731) fu indorato, insieme con il capoaltare e il coro, come si legge in un libro di spese del monastero:
«Nel mese di giugno 1731 fu indorato il capoaltare e colorite le quattro statue, come ancora fu indorato il coro, organo» ecc.

L’organo Fedri-Mastrangeli
Ma neppure vent’anni più tardi, si vende il vecchio e si fa il nuovo organo ad opera del famoso Adriano Fedeli-Fedri. Lo documentano una carta posta all’interno della segreta dello stesso strumento e una notazione di spesa del monastero, che sostanzialmente dicono la stessa cosa, anche se le date non sono identiche. Nella carta si legge:
Io Adriano Fedeli feci in Rieti A[n]no Do[mi]ne [sic] 1748.
Dalla nota di spesa apprendiamo altri interessanti particolari. Dice infatti:
«Si fa ricordo come nel presente anno 1749, essendo ministra la madre suor Angela Ludovica Gentili da Rieti, fu fatto nella nostra chiesa il novo organo, compito [= completo] di trombe, alabue [= oboe], arpa, cornette, rosignolo e cucco, l’artefice del quale fu il signor Adriano Fedele, e fu pagato duecento quattordici scudi e bai novanta. Di più gli fu fatta la sua cassa con tutti gli ornamenti da maestro Salvatore Porrina e fugli pagato scudi 98,16. Di più si slargò l’orchesta, colla aggiunta di due coretti e fu dato a mastro Giovanni scudi cinque bai 86. Per oro e indoratura ed altro sc. 69 (?), che in tutto somma scudi 429,61. Qual somma proviene dal organo vecchio [venduto o valutato] scudi 42».
L’informazione è completa: l’organo fu costruito da Adriano Fedeli e pagato in tutto 429 scudi, la cassa fu fatta da Salvatore Porrina (III), la cantoria o orchestra precedente fu ampliata da un certo mastro Giovanni coll’aggiunta di due coretti, le parti da indorare furono dorate e, infine, a stessa prolifica famiglia di artisti, è attivo in città dal 1730 al 1750. Credo che a lui, come già al suo omonimo antenato del secolo precedente, si debba anche il disegno e le decorazioni della cantoria, che in precedenza occupava solo la parte centrale della piccola abside sopra il vecchio coro e che in questa circostanza fu prolungata ai due lati e sapientemente modulata in linee curve, per meglio adattarla allo spazio angusto dell’abside. Oggi però è quasi del tutto coperta dal mastodontico e goffo altare maggiore.
Nel secolo successivo l’organo del Fedeli fu prima accomodato da un anonimo (1835), poi in parte rifatto e ammodernato ad opera dell’organaro abruzzese Venceslao Mastrangeli (1857), in quegli anni molto attivo in Sabina e che nel 1858 è detto «dimorante a Rieti». Di questo secondo intervento, che s’inquadra in un contesto di rinnovamento più generale dell’edificio, resta la seguente memoria, nella quale si legge che nel 1857 fu restaurata la chiesa e
«tinteggiato a oglio» [anche] «la cassa dell’organo, orghesta e il così detto corone». «Susse-guentemente nell’istesso anno fu restaurato parimenti l’organo. Il ristauro di questo consistette in supplire a diverse canne mancanti nel pieno, che erano state derubate. Nella riduzione del Flauto in ottava in vece di quinta, in cui era in origine, col debito aumento di canne che seco portò la riduzione. Finalmente nel dare diversa disposizione ai mandici [sic]. L’intero lavoro portò la spesa di ducati 63,50, de’ quali ducati 50 furono dati all’organaro Vinceslao Mastrangeli, e gli altri furono spesi per legnami e lavoro e chiavaro, compresavi una regalia di ducati 3,21 che fu data al signor David Marcucci, il quale fu deputato a sorvegliare l’organaro, affinché fosse esatto nel lavoro».
Dieci anni dopo (1868) l’organo Fedri-Mastrangeli accompagnò il solenne triduo tenuto in S. Chiara per la canonizzazione di san Leonardo da Porto Maurizio, ben noto ai reatini per aver predicato più volte in città e dintorni. Per l’occasione, come si legge in una compiaciuta annotazione, la chiesa del monastero fu
«parata con grande eleganza, talchè faceva un effetto bellissimo e a memoria d’uomo mai veduto. Nei primi due giorni la musica fu eseguita dalle religiose con l’accompagno dell’organo, le quali furono di pienissima soddisfazione avendo cantato Litanie e Tantum ergo di valenti maestri».
Non sappiamo se fu suonato il 26 dicembre 1878, giorno di S. Stefano, quando la chiesa fu riaperta e riconsegnata alle monache, dopo otto anni di chiusura. Quel giorno comunque musica vi fu in S. Chiara e in abbondanza, come riferisce una cronaca del monastero:
«dall’ecc.mo mons. Egidio Mauri, vescovo diocesano, accompagnato da vari canonici sacerdoti, seminaristi e dal confessore del monastero, fu ribenedetta la chiesa e riaperta al publico culto. Lo stesso vescovo si degnò di celebrarvi per il primo e rivolse un eloquentissimo discorso. All’ora che si costuma, il rev.mo arcidiacono don Pietro Micantelli solennemente celebrò, accompagnato da una scelta musica istromentale, eseguita dagli stessi cittadini, invitati dal sig. Cesare Blasetti, santese del monastero, i quali con piacere si prestarono gratuitamente. Nelle ore pomeridiane poi fu impartita al popolo la benedizione fra il concento della stessa musica istromentale, ed il sig. Blasetti, grato ai musici per il disinteressato doppio servigio prestato, a sue spese offrì loro una lauta cena».
L’organo, notevole esemplare dell’abilità del maggiore dei Fedeli, si presenta oggi, come a metà del 1700, racchiuso in un’artistica cassa lignea ad una sola campata dipinta di grigio e decorata con ricchi fregi finemente dorati ad oro zecchino. In alto, a destra e a sinistra, due putti fiancheggiano la cornice, che reca nel fastigio lo stemma francescano sorretto da due cherubini e sormontato da una corona. La cantoria, incassata sopra il vecchio coro, ha uno sviluppo curvilineo, è dipinta di grigio ed è abbellita da cherubini, volute, festoni e cornici mistilinee, il tutto messo ad oro.
Cassa e cantoria – come già detto – si devono a Salvatore Porrina (III), artista e artigiano di grande abilità e raffinatezza, discendente del Porrina che aveva fatto la cassa all’organo del 1649. L’opera, di spiccato gusto rococò, risulta nel suo complesso armoniosa e condotta con intaglio sicuro ed elegante.
Lo strumento è stato restaurato l’ultima volta nel 1979 dalla ditta Fratelli Ruffatti di Padova e accordato qualche anno dopo. Nello stato attuale è appena suonabile.

L’arte di cantare e suonare
Non solo c’era l’organo in S. Chiara, ma c’erano monache che lo sapevano suonare. Lo abbiamo visto sopra in occasione della festa di S. Leonardo del 1868, quando «la musica fu eseguita dalle religiose con l’accompagno dell’organo». Si suonava l’organo dalle monache e s’insegnava a suonarlo alle religiose giovani e alle educande. Questo certamente da sempre. E anche se i documenti che l’attestano sono molto recenti, certamente vanno collegati a una tradizione che viene da lontano.
Nel 1914, quando forse l’organo settecentesco non era in condizioni ottimali e che comunque era sempre scomodo da raggiungere su in cantoria, si registra la «compra di un armonium per uso delle religiose», con l’introito «ricevuto dalla nuova religiosa Maria Giuseppina [Lagrance]».
In data 28 dicembre 1921 la ministra ottiene dal vescovo e di poter ammettere in monastero una signora «per istruire le sue suddite nel suono dell’organo». Nella domanda reiterata l’anno successivo (6 febbraio 1922) si parla di «suono dell’organo e canto». Tre anni dopo, in una supplica indirizzata a Pio XI il 10 ottobre 1925, si chiede di poter introdurre in monastero
«più signore maestre per l’insegnamento della musica, del ricamo, del taglio ed affini alle monache ed aspiranti»;
Il che, nel momento stesso che rivela una momentanea flessione in questa disciplina, ne documenta la cura che in passato se ne aveva. In altra domanda del 6 febbraio 1922 si parla di suono dell’organo e canto. E presto l’insegnamento diede frutti. Infatti, se nella festa di S. Elisabetta d’Ungheria, patrona del Terz’ordine di S. Francesco, che proprio in S. Chiara si era ricostituito, nel 1922 intervenne la cappella del duomo, l’anno dopo, 1923, «la musica venne eseguita dalle giovanette del monastero», come si legge in una nota di cronaca. Dal 1924 si parla di schola cantorum del monastero: «la schola cantorum del monastero eseguì con arte delicata vari mottetti di autori classici». Nel ’25 «fu eseguita scelta musica dalle alunne del monastero», così nel ’26 «sceltissima musica liturgica», e ancora nel 1928-29 la festa fu accompagnata dai canti della «scola cantorum del monastero».
Forse un quadro più completo in argomento si potrebbe avere consultando i libri antichi del monastero, se si conservano ancora.
di Vincenzo Di Flavio

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